martedì 13 ottobre 2009

Her mother called her beautiful, her daddy said "a whore"



Narges Kalhor è figlia di Mehdi Kalhor, consulente culturale e responsabile media del governo Ahmadinejad. La ragazza, circa ventenne, ha presentato un suo lavoro al Festival Cinematografico di Norimberga per i diritti umani, dopodiché ha chiesto asilo politico in Germania.

Purtroppo non ho visto il film (e a questo punto sono curioso). So solo che si chiama "l'erpice", che è tratto da "La Colonia Penale" di Kafka, e che è un corto di dieci minuti.

Nel video che ho caricato (qui su youtube) la ragazza è intervistata da Hana Makhmalbaf, sua coetanea, a sua volta regista e figlia d'arte, che a Norimberga ha presentato il documentario "Green Days". Qualcuno particolarmente interessato al cinema iraniano la ricorderà - bambina - in una sequenza di "Pane e Fiore" del padre Mohsen.

Trovo l'intervista molto interessante per intuire l'aria che si respira in ogni famiglia iraniana. Per vedere come, persino tra le famiglie di ministri e sottosegretari, cova il dissenso e la voglia di liberazione. Purtroppo non so sottotitolare i video e quindi lo traduco qui sotto.

***

Hana Malhmalbaf: di cosa parla il tuo film, cara Narges?

Narges Kalhor: il film è una mia reinterpretazione di un racconto di Kafka, "la colonia penale". Il racconto è ambientato in un luogo immaginario e si svolge intorno ad una grottesca macchina per la tortura.

H.M.: perché un film sulla tortura? perché Kafka?

N.K.: per la verità quando mi è venuto in mente di fare un film sulla tortura avevo già intenzione di ispirarmi ad un'opera letteraria, e ne ho lette diverse. Questa di Kafka fu l'unica in cui mi sono ritrovata pienamente. Kafka visse in un'epoca e in un ambiente completamente diversi dal nostro, ma questo racconto ti tocca talmente in profondità che è stato impossibile passargli accanto senza farsi coinvolgere.

H.M.: sei figlia del signor Mehdi Kalhor giusto? Puoi dirci qualcosa riguardo a tuo padre, dei tuoi pensieri riguardo a lui e al suo ruolo?

N.K.: mio padre in effetti è consulente culturale del governo di Ahmadinejad. E' un uomo d'arte, un bravo fotografo e un pittore. Per me è stato un punto di riferimento e una costante fonte di incoraggiamento quando stavo muovendo i primi passi come sceneggiatrice e regista, ma non credo sappia nulla di questo mio film né di dove lo sto presentando. Le nostre vie si sono separate e ognuno fa ciò che ritiene più giusto, com'è corretto che sia.

H.M.: mentre tu ti riconosci nel movimento verde...

N.K.: proprio i recenti avvenimenti mi hanno spinto a presentare questo film qui a Norimberga. Ritenevo sbagliato stare in silenzio. Avrei potuto restare in Iran, continuare a scrivere e girare film tranquillamente, tenermi per me le mie idee. Ma sinceramente quando vedi una moltitudine chiedere all'unisono le cose in cui credi, come fai a restarne fuori? Io ho fatto la cosa giusta, a prescindere da ciò che ne pensa mio padre.

H.M.: ritieni di essere l'unica figlia di un politico legato ad Ahmadinejad ad aver abbracciato il movimento verde?

N.K.: l'obiettivo principale del movimento è la liberazione, o per meglio dire la nostra autodeterminazione matura e consapevole. Questo obiettivo prescinde dal ruolo che uno può avere oggi in Iran. Molte persone con ruoli politici di primo piano hanno abbracciato queste idee, e persino mio padre nel suo intimo non è del tutto contrario. Io so per certo che molti ragazzi, figli di politici del gabinetto di Ahmadinejad, o di parlamentari a lui vicini, hanno le mie stesse idee. Certo non tutti vengono all'estero a presentare un film per esprimere la loro avversione per la tortura, ma non di meno ciascuno di loro sta facendo ciò che in coscienza ritiene giusto fare, che gli è possibile fare.

H.M.: cosa pensi del futuro del movimento verde?

N.K.: forse ci vuole un po' più di coraggio, di radicalità. Serve un piccolo balzo in avanti. Quando lo si compie, il resto diventa facile. Ma ognuno di noi ha i suoi tempi, non si può fare tutto subito.

H.M.: fai conto che tuo padre stia vedendo quest'intervista. Cosa voresti dirgli, a lui e a tutti i padri nella sua posizione?

N.K.: ne sarei felicissima. Sarei felicissima se vedesse il mio film e mi desse un parere critico. Gli direi che ho appena iniziato questo mestiere, che intendo impegnarmi a fondo, e che l'ho fatto per poter esprimere le mie idee attraverso il cinema. Chiederei il suo sostegno. I figli chiedono solo questo ai propri genitori.

H.M.: stai chiedendo a un ministro di Ahmadinejad di sostenere una ragazza che si riconosce nel movimento verde?

N.K.: perché no? Lo chiedo allo stesso Ahmadinejad! Le persone possono cambiare, il pensiero di un uomo non è predeterminato al momento della nascita. Chiunque può fermarsi per un istante a pensare e fare la cosa giusta. Chiunque può chiudere gli occhi per un istante e riconoscere che la retta via è quella della gente che scende per le strade a chiedere solo la libertà.

sabato 10 ottobre 2009

Nukes and spooks


Settimana scorsa, su VOA in lingua persiana, è andata in onda un'analisi sulla situazione politica. La trasmissione ha toccato diversi punti: il risultato dei colloqui sul nucleare, la situazione interna, e l'interesse dei media e delle diplomazie occidentali (argomento sfiorato qui sopra con Paola Pisi).

Non mi metto a sbobinare l'intera trasmissione, che è durata un'oretta ma ne riporto qui sotto il riassunto. Hanno partecipato alla trasmissione il solito Mohsen Sazegara e Alireza Nouri Zadeh in veste di analisti.

1) Colloqui sul nucleare

Il regime ha cercato di presentare i colloqui come un grande successo diplomatico. Analizzando a fondo, invece, la situazione sembrerebbe molto diversa.

Il gruppo del 5+1 si è ricompattato grazie al "nuovo corso" di Obama, e non ha fatto nessun passo indietro, come invece sperava il regime. Sembrerebbe certo che alla fine l'Iran sarà costretto a far concludere le ultime fasi dell'arricchimento in Russia e far supervisionare - anche con controlli a sorpresa - gli impianti esistenti.

In cambio, sul piano internazionale, la delegazione iraniana non ha ottenuto nulla. Una cena a base di pesce con Solana e un incontro di 45 minuti tra Jalili e William Burns, alla fine del quale il sottosegretario di stato americano ha salutato il suo interlocutore iraniano più o meno dicendogli "guardate che quanto ai diritti umani la vostra pagella fa un po' schifo", con un certo imbarazzo per il povero Jalili.

Non è esattamente il patto di non aggressione con gli USA che, fino a ieri, per gli iraniani era la condizione necessaria per sospendere l'arricchimento. E' difficile non parlare di capitolazione: dopo tre anni di sanzioni, che hanno causato danni immensi all'economia iraniana per non parlare dell'instabilità politica e sociale che ne è derivata, oggi si torna "in prigione senza passare dal via".

Visto con occhi di destra, il governo Ahmadinejad è privo di legittimazione interna e sta sostanzialmente svendendo il paese allo straniero. L'unica cosa che il governo riesce a fare è cercare di presentare l'incontro, sul fronte interno, come una grande vittoria. Senza convincere nessuno. In Iran ormai chiamano questi tentativi mediatici "interviste alla Saeed Sahhaf" (*).

Il tentativo politico è quello di ottenere dall'estero una legittimazione che manca all'interno, ma simili tentativi riescono raramente. Basta pensare alle difficoltà di Karzai in Afghanistan, e parliamo di uno che era ben voluto dagli americani e dagli europei fin dall'inizio.

(*) Il povero Saeed as-Sahhaf, ministro d'informazione dell'Iraq nel 2003, era diventato famoso perché negava l'attacco americano mentre a Baghdad giravano colonne di Abrams.

2) Legittimità estera di Ahmadinejad

Nel suo discorso al Cairo, e in altre occasioni, Obama si era detto disponibile all'apertura di un dialogo senza pregiudizi con la Repubblica Islamica. Ma gli eventi post-elettorali pongono seri interrogativi sulla stabilità del paese, e complicano i piani del presidente statunitense.

Tra luglio e settembre i "lobbisti" della Repubblica Islamica hanno cercato in tutti i modi di riaprire i canali diplomatici con il seguente ragionamento: Ahmadinejad gode dell'appoggio incondizionato dei Guardiani della Rivoluzione e di Khamenei. Ciò che firmerà sarà come il vangelo. Che ci sia o no una sua legittimazione democratica è un fatto secondario. In fondo cosa vi interessa se sono morti 4 ragazzini? Muore un sacco di gente anche in Cina e in Arabia Saudita. Questo ragionamento aveva convinto molte testate giornalistiche in occidente, ma la condizione necessaria era il successo della repressione.

Forse era proprio questa la ragione di un certo atteggiamento "riduttivo" di molta stampa occidentale riguardo al numero dei manifestanti durante la giornata di Al-Quds. Ma quella manifestazione ha comunque avuto un'eco fuori dal paese. Ha dimostrato che la situazione era tutt'altro che stabile. Persino Abu Mazen ha avuto parole di elogio per il popolo iraniano "che ha mostrato la sua solidarietà alla causa palestinese rifiutando però qualunque intromissione".

Non è azzardato perciò sostenere che la presenza massiccia del movimento nelle strade durante la giornata di Al-Quds ha certamente influenzato l'esito dei colloqui, vanificando i piani di quanti parlavano di situazione normalizzata.

Gli Stati Uniti, come ogni nazione, operano principalmente seguendo i propri interessi. In questo momento ci possono essere due approcci diversi verso la questione iraniana: uno, di corto respiro, potrebbe essere quello di cercare di ottenere il più possibile da un regime debole e delegittimato.

Tuttavia, in un'ottica di lungo periodo, è chiaro che sono sempre i popoli a decidere. Stringere la mano ad un regime che si trova impegnato in un conflitto durissimo con una cittadinanza irriducibile, rischia di provocare in futuro danni più grossi di quelli provocati dalla stessa operazione Ajax.

3) Il fronte interno

Uno dei punti di maggiore interesse della situazione politica attuale è il silenzio dei grandi ayatollah, che sembrerebbero aver fatto propria la massima "né con le Brigate né con lo stato". In realtà per la maggior parte cercano di prendere le distanze dal regime, tuttavia raramente in modo deciso.

La realtà è che questo regime è notevolmente più "laico" del regime dello Shah. La monarchia non ha mai cercato di uccidere Khomeini, perché uccidere un Seyyed era inaudito. Il regime islamico invece è pienamente conscio della strumentalità di certe tradizioni, quindi si comporta in modo molto più cinico. Le famiglie dei grandi ayatollah sono da tempo monitorate dai servizi segreti. Sono molto rari gli ayatollah i cui famigliari stretti non si siano in qualche modo macchiati di qualche porcheria, insomma che non siano ricattabili. Giusto i soliti Montazeri e Sane'i.

Per contro il movimento è estremamente attivo nelle scuole e nelle università dopo la riapertura, e si muove secondo due direttrici: da un lato cerca di collegare il movimento studentesco con le altre componenti sociali in lotta, dall'altro porta avanti le proprie istanze specifiche. La prima delle quali è l'espulsione degli uffici dei bassij dalle strutture universitarie.

In questa fase il movimento si sta organizzando per un confronto lungo, e cerca di rendere sempre più angusti gli spazi di manovra del regime nel paese. Il prossimo appuntamento è per il 4 novembre, anniversario della presa dell'ambasciata americana. Altro appuntamento che il regime non può militarizzare.

mercoledì 7 ottobre 2009

La meglio gioventù - 2

Come promesso, traduco il secondo articolo firmato da Rashid Esmaili. Rashid è un ex studente dell'università Allameh Tabatabaei di Teheran, attivista dei diritti umani e della difesa delle minoranze etniche. A causa del suo impegno politico venne espulso dall'università nel 2007, insomma si tratta di una delle figure storiche della contestazione. Le sue analisi sono pubblicate su numerose riviste online vicine al movimento.

Il movimento studentesco e la tragica ignoranza dell'autorità

Nei quattro anni passati l'università è stata la principale trincea della lotta contro il neofascismo islamico ed il suo principale simbolo, Ahmadinejad. La coraggiosa azione degli studenti della Amir Kabir, messa in atto durante un suo discorso [1], segnò l'inizio ufficiale di alcuni anni di dura lotta. Dopo quell'episodio ed il conseguente arresto di un gruppo di studenti e attivisti della Amir Kabir, la maggior parte delle università del paese divennero teatro di assembramenti e scioperi contro i provvedimenti del governo Ahmadinejad.

Non è un'esagerazione dire che le iniziative degli studenti, appartenenti ai più disparati indirizzi politici, ebbero un ruolo principale nello smascherare il volto fascista e autoritario del governo Ahmadinejad. Certamente gli studenti pagarono un costo molto alto: vennero sospesi, espulsi, imprigionati, torturati. In quel periodo i gruppi riformisti avevano ancora una posizione moderata e ottimista nei confronti della Repubblica Islamica. Oggi purtroppo la maggior parte degli uomini politici più in vista di quell'area si trova nelle carceri del regime, ma allora non difesero in alcun modo gli studenti, e definirono "errori" le nostre iniziative (...).

Oggi sia noi che loro sappiamo bene che quelle azioni non erano sbagliate. Sappiamo che se non vi fosse stata la resistenza dei movimenti, forse la natura intimamente fascista del regime di Ahmadinejad non si sarebbe mai rivelata all'opinione pubblica mondiale. Per quanto, va detto, il regime ormai si smaschera benissimo da solo con le proprie politiche.

Sono passati 4 anni e, nonostante tutte le pressioni e restrizioni, furono anni importanti e fecondi per il movimento studentesco. Il pensiero politico e la prassi organizzativa, nelle università, si sono mossi verso una direzione sempre più pluralista. Si sono formati gruppi delle più diverse ispirazioni ideologiche e, nonostante vi siano state anche tensioni, hanno imparato a coesistere.

L'iniziale atteggiamento intollerante ha via via lasciato il posto ad una rivalità serena e argomentata. Liberali, marxisti, religiosi modernisti, nazional-religiosi, sostenitori del riformismo ufficiale, nazionalisti laici, hanno tutti partecipato attivamente alle proteste degli ultimi 4 anni facendo la propria parte. In quest'atmostera pluralista, l'Ufficio per il Consolidamento dell'Unità rappresenta l'organizzazione unitaria più importante. Essa, negli ultimi due decenni, ha subito una metamorfosi sorprendente, fino a diventare il principale veicolo delle istanze favorevoli alla democrazia e ai diritti umani nelle università.

Oggi, a più di tre mesi dal golpe del 12 giugno, fin dall'inizio dell'anno accademico le università sono sono già diventate dei focolai di protesta. Ma rispetto al passato ci sono due importanti novità.

Primo: tutte le organizzazioni politiche sono alleate nell'affrontare il pericolo di un'affermazione del fascismo islamico. Esse hanno individuato chiaramente sia il nemico comune, sia gli obiettivi. Gli studenti sanno che nella loro lotta contro "i nemici dell'università e della libertà" hanno assoluto bisogno di unità e di reciproca legittimazione. Fortunatamente questa strada è stata imboccata correttamente fin dall'inizio di quest'anno accademico.

La seconda novità, che a mio parere diventerà la caratteristica principale di questa stagione di lotta, consiste nella diffusione della protesta verso quelle fasce di studenti che in passato, e in circostanze normali, erano totalmente apolitici (...). Oggi, se anche gli studenti storicamente attivi nelle lotte se ne stessero in disparte, gli altri compagni sono in grado di continuare da soli. E' certamente grazie alle fatiche di tutti coloro che hanno lottato e pagato negli ultimi 4 anni che, finalmente, il movimento può ora davvero chiamarsi "movimento".

Il regime ha iniziato il nuovo anno accademico con la strategia della repressione. Pesanti condanne alla reclusione comminate agli studenti di sinistra, sentenze di sospensione ed esclusione dagli studi ai danni degli studenti politicamente attivi in tutte le università del paese, e l'ultima iniziativa di arrestare un 17 studenti membri dell'Ufficio per il Consolidamento dell'Unità [2] durante una riunione informale, sono solo alcuni esempi.

Tuttavia queste iniziative si basano su un'errata interpretazione della realtà. Le forze di polizia credono di poter controllare e disinnescare le proteste arrestando gli attivisti più visibili, ignorando il fatto che ormai il movimento si organizza da sè, si guida da sé, ed ha in se stesso il principale mezzo di informazione e di propaganda (...). L'arresto degli attivisti nelle università non porterà alcun beneficio al regime, esattamente come l'arresto dei politici in vista non ha reso più controllabile la società fuori dalle università. Anzi, ha ottenuto l'effetto contrario.

Chi si oppone al regime non sono alcuni partiti: la controparte è il popolo. Così accade anche nelle università. Gli avversari del governo golpista non sono gli studenti liberali, i marxisti, o l'Ufficio per il Consolidamento dell'Unità, ma pressoché la totalità degli studenti. La domanda è: i responsabili delle forze di polizia ignorano forse quanto appena detto?

La situazione reale certamente non sfugge agli esperti del ministero dell'Informazione, e una corretta analisi può certamente essere comunicata verso l'alto. Ma il problema sta in quel "alto". Ovvero sono i responsabili politici ad essere diventati ciechi e sordi. Disinteressati verso la condizione reale della società, essi sostituiscono il personale esperto dei vari ministeri con ruffiani e accondiscendenti. E' lo stesso tipo di sordità e cecità che colpì lo Shah durante gli ultimi anni della monarchia.

Da una parte forse dobbiamo essere contenti di tutto questo. Certo se fossero stati capaci di ragionare e comprendere chiaramente la situazione sarebbe stato meglio per tutti (...).

martedì 6 ottobre 2009

La meglio gioventù - 1


E' iniziato l'anno scolastico. Il clima nelle scuole e nelle università è molto caldo e teso, come facilmente si può immaginare.

Tra oggi e domani tradurrò due articoli, il primo dei quali circola per email, e il secondo presente su un sito. Si tratta di due circolari diciamo così "organizzative" degli studenti universitari, volte a rafforzare la coesione interna e rendere più efficiente il coordinamento delle iniziative di lotta.

Ciò che traspare molto chiaramente è la maturità politica del movimento verde, e la sua grande flessibilità tattica. Soprattutto nella sua avanguardia, rappresentata, appunto, dagli studenti.

Il movimento studentesco nella nuova fase

(...) Nella nostra storia recente l'università e il movimento studentesco hanno costantemente preceduto la società di un passo. Questo ruolo non è casuale: da un lato esso discende dell'idealismo giovanile, e dall'altro dal vivere a contatto con le conquiste della modernità.

Anche nello scenario politico attuale, in seno al movimento verde, gli studenti possono giocare un ruolo d'avanguardia e precedere di un passo le richieste politiche della società, proponendo temi che verranno poi fatti propri dall'intero movimento.

Contemporaneamente va tenuto presente che, se l'avanguardia si spingesse troppo in là, ciò produrrebbe fatamente uno scollamento tra il movimento studentesco ed il popolo. In particolare bisogna prestare attenzione ad alcuni punti:

1) L'università è il luogo ideale per organizzare in modo efficiente le forze in lotta contro il governo golpista. Gli studenti possono formare gruppi di alcune decine di persone per operare nella propria università, e formare poi una rete (sulla base amicizie dirette o legami di parentela tra singoli membri) con i gruppi operanti in altre università.

La massa degli universitari non deve aspettare che siano alcuni compagni - riconosciuti in passato come politicamente attivi - ad organizzare il gran numero di studenti neopoliticizzati. Allo stesso modo i gruppi di lotta storici non devono aspettarsi che le masse studentesche si facciano automaticamente inquadrare nelle loro organizzazioni.

Anzitutto le organizzazioni storiche non hanno le risorse per poter operare in questo modo. Inoltre la struttura del movimento verde, per come si è evoluta fino ad oggi, è una rete non gerarchica, complessa e flessibile, operante in base al principio di "ogni combattente un leader". Tutto questo non si concilia con la struttura piramidale delle organizzazioni esistenti (...).

2) La rete dei gruppi di lotta, una volta operativa, può similmente stabilire contatti con altre reti esterne, come il movimento femminile, il movimento operaio, i movimenti etnici, insegnanti e studenti delle superiori, etc.

Non è sufficiente ad esempio concordare una manifestazione nel bazar, o in una fabbrica. Bisogna prima di tutto contattare conoscenti interni, chiarire gli obiettivi politici del movimento, e preparare il terreno con slogan, manifesti e tazebao per attirare più simpatizzanti possibili. Ed è solo a quel punto che si possono tentare azioni come una manifestazione o uno sciopero.

3) Nella situazione attuale, per il movimento studentesco è prioritaria la protezione di due gruppi sociali.

Il primo gruppo è quello dei professori e degli impiegati delle università, cioè le fasce fisicamente più vicine al movimento. Gli studenti devono difendere i professori e gli impiegati vicini al movimento e creare un'atmosfera pesante per i venduti al regime, ricorrendo al boicottaggio, alla contestazione e alla derisione. Ovviamente le tattiche possono essere diverse in ciascuna università e sarà compito dei compagni trovare quella adatta.

Il secondo gruppo è quello degli studenti delle superiori. Gli studenti universitari possono restare in contatto con quelli delle superiori attraverso la solita rete di conoscenti e consanguinei, e coordinare insieme azioni come già detto in precedenza.

4) Il regime cercherà di ristabilire il controllo facendo pressione sugli attivisti dei gruppi storici. Gli attivisti noti e le loro organizzazioni devono prestare la massima attenzione ad alcuni punti. Primo: devono assolutamente allontanare da sé qualunque tentazione di stabilire un'egemonia ideologica ed organizzativa sulla massa degli studenti.

Secondo: certamente nelle situazioni critiche essi devono essere presenti in prima persona, come hanno sempre fatto in questi anni. Tuttavia nella maggior parte delle occasioni essi dovranno lasciare la scena ai nuovi e coraggiosi attivisti, da poco entrati nell'università o comunque poco attivi in precedenza. (...)

5) Il ruolo delle università libere [non statali, ndt] è di primaria importanza, a causa della loro diffusione sul territorio nazionale e del numero elevatissimo di studenti iscritti. (...) I compagni delle università statali, più che in precedenza, dovranno dare copertura mediatica alle iniziative di lotta nelle università libere favorendo una maggiore attenzione della società nei loro confronti.

6) Parte della pianificazione certamente riguarderà la massiccia presenza studentesca nelle grandi manifestazioni popolari quando si presenterà l'occasione. Tuttavia si possono pianificare in modo efficace anche dimostrazioni-lampo fuori dall'università. Ad esempio coordiandosi con gli studenti delle superiori nell'ora di chiusura delle scuole.

7) Ormai è chiaro che gli studenti bassij sono il principale organo di repressione poliziesca nelle università. Soprattutto da quando la loro organizzazione è stata direttamente inquadrata nell'Arma, essi hanno perso completamente qualunque parvenza residua di spontaneismo.

Alcuni di loro hanno picchiato, ucciso la gente nelle strade, torturato prigionieri. Li dobbiamo affrontare come affrontiamo i mercenari del regime nella società: col più completo isolamento. In questo modo sarà loro chiaro che non hanno posto in mezzo al popolo, e inoltre ridurremo al minimo la loro danno come spie.

(diffuso via mail il 06/10/2009)

domenica 4 ottobre 2009

Breve storia della melanzana - parte seconda


In un articolo del 23 luglio, con lo stesso titolo, ho accennato al fatto che l'abbigliamento obbligatorio femminile non è "una simpatica tradizione esotica del cazzo", ma che fu introdotto e imposto da una decisione politica agli albori della rivoluzione islamica.

Questa decisione venne resa operativa per 4 passi successivi, così oggi intendo tradurre liberamente un articolo che illustra quei passi.

***

Il primo passo venne compiuto il 7 marzo 1979: con un discorso molto chiaro e diretto Khomeini ordinò alle donne di velarsi. Tuttavia, dato che la presenza di gruppi politici di ispirazione marxista, liberale e nazionalista era ancora molto forte oltre che legittima, l'ordine non poteva essere eseguito. Così il clero rivoluzionario, di fronte ad una forte resistenza delle donne istruite e lavoratrici, dovette arretrare ridursi al silenzio.

Tuttavia in questa fase il clero poté saggiare la reale resistenza ideologica del paese di fronte al concetto del velo islamico. Da questo punto di vista vanno dette due cose. Primo: gli intellettuali laici criticavano molto il modello femminile della "bambolina occidentale" (عروسک فرنگی) poiché lo ritenevano introdotto dalla dinastia Pahlavi. Secondo: costoro consideravano la questione del velo tutto sommato come secondaria, e preferivano non entrare in conflitto aperto con i militanti islamici su questo punto.

Il secondo passo va dal marzo 1979 al giugno 1980. In questo arco di tempo, l'impegno di introdurre il velo venne portato avanti non più dai personaggi più in vista del clero rivoluzionario, ma dai militanti di base. Nello stesso periodo iniziò la lotta sanguinosa per il potere completo nel paese.

I rivoluzionari religiosi, marcatamente il partito della Repubblica Islamica e l'Organizzazione dei Combattenti della Rivoluzione Islamica, mano a mano esclusero dalle leve di potere la sinistra laica, i gruppi autonomisti locali, ed infine i politici liberali e nazionalisti. Inoltre, ovviamente, chiunque fosse stato in qualche modo legato al vecchio regime veniva arrestato o ucciso. In quest'atmosfera di estrema violenza, l'avere e non avere il velo implicava l'essere a favore della Guida della Rivoluzione o essergli contro.

Non va comunque dimenticato che molte donne erano state in qualche modo attratte dall'idea del velo islamico. Le donne di idee marxiste, ma per il resto laiche, consideravano il velo una forma di lotta ideologica contro il modello femminile occidentale e capitalista. Molte altre donne istruite dimostravano il loro impegno rivoluzionario con il velo, spesso anche come semplice decisione "tattica" pur di rovesciare il regime precedente.

In questi 15 mesi non vi fu nessuna legiferazione diretta in materia di abbigliamento femminile. Tuttavia le donne senza il velo perdevano l'impiego con qualunque scusa ed erano frequentemente infastidite per strada. Possiamo descrivere questo periodo con la frase "il velo è una decisione personale, purché te lo metta!".

Il terzo passo coincise col discorso del 29 giugno 1980 tenuto da Khomeini. In questo discorso la guida della Rivoluzione Islamica criticò fortemente la presenza di simboli imperiali negli uffici pubblici, e chiese la loro islamizzazione entro 10 giorni.

Immediatamente tutti i ministeri e gli uffici pubblici emisero dei circolari in cui si minacciavano le impiegate di licenziamento nel caso si fossero presentate senza l'abbigliamento islamico. Venne data molta copertura mediatica all'arresto e al processo di impiegate che non si erano conformate alla circolare. Tutte le donne che, come forma di protesta, si erano vestite di nero, vennero accusate di attività filo-monarchica e represse.

Il velo divenne uniforme obbligatoria nelle scuole femminili. Le università erano chiuse nell'attesa di essere riformate sull'onda della "rivoluzione culturale". Le intellettuali e le donne in vista da prima della rivoluzione erano emigrate, o si erano chiuse in casa, o erano state rinchiuse in carcere. Pur non essendo stata promulgata nessuna legge sull'abbigliamento delle donne per la strada, nei fatti era ormai molto difficile vederne qualcuna senza il velo.

Il quarto passo finì per rendere obbligatorio l'abbigliamento islamico in tutti i luoghi pubblici. Vennero rese operative le "regole di ingaggio" per affrontare le violatrici. Il rischio di non mettersi il velo divenne talmente elevato che nessuna donna ormai accettava di correrlo.

Nel giugno del 1981 venne promulgata la legge che rendeva obbligatorio l'abbigliamento islamico in tutti i luoghi pubblici.

lunedì 21 settembre 2009

Zeitgeist

Mi è stata posta una questione nel post precedente che merita una risposta, perché complessa. Ovvero: per quale motivo la stampa occidentale ha minimizzato la portata delle dimostrazioni di venerdì.

Va detto che personalmente non ho avuto quell'impressione, vuoi perché recentemente approfondisco la questione iraniana direttamente dalle fonti locali, vuoi perché sono abituato a ben più alti livelli di disinteresse e cialtroneria nei media italiani.

In fondo, mi sono detto, le notizie principali si sono avute. Diverse testate inglesi e americane hanno utilizzato i filmati di youtube nei loro servizi. Persino l'interruzione del discorso televisivo di Ahmadinejad è stata riportata su Televideo. Infine mi son detto che, allo stato attuale, l'interesse occidentale per il movimento è un di più, non una condizione necessaria.

Per dire: nella sua "omelia" di fine Ramadan, ieri, Khamenei ha dichiarato che non è più possibile ritenere giuridicamente probanti le accuse a una persona, sulla base delle sole confessioni di un'altra persona! Questa è una bomba che fa crollare l'intero castello accusatorio basato sulle confessioni ottenute sotto tortura.

Una bomba che mette sotto questione l'operato della radio-televisione iraniana (RTI) diventata - dopo il 12 giugno - oltre che una specie di caserma di Pasdaran, il principale centro ideologico del golpe.

Ed è stato Khamenei in persona a far esplodere la bomba: oggi il giudice supremo dell'equivalente del TAR iraniano, riferendosi proprio al discorso di Khamenei, ha accusato la RTI di comportamento illegale per aver trasmesso le confessioni degli accusati. E nei prossimi giorni è in programma la riunione dell'Assemblea degli Esperti.

Per non parlare del fatto che venerdì, stranamente, la polizia antisommossa era gentile o quanto meno disinteressata. Gli scontri principali si sono accesi tra i cosiddetti "plaincloth" - attivisti hezbollah senza uniforme - e i manifestanti. I primi hanno avuto la peggio in diversi frangenti mentre la polizia guardava altrove, o interveniva proprio per evitare il peggio.

Aggiungiamo l'interessante concomitanza del ritiro dello scudo antimissile americano e la ferma condanna del negazionismo di Ahmadinejad da parte del Cremlino, e abbiamo un'idea abbastanza chiara di quanto il regime sia oggi sulla difensiva.

Perché Khamenei ha fatto quel discorso? Perché persino Ahmad Khatami (ultraconservatore da non confondere con l'ex presidente) imam del venerdì di Teheran, mi diventa un moderato? Perché di colpo la polizia diventa neutrale? Lo vedremo più avanti.

Ma intanto in tutto questo l'interesse dei media occidentali ha avuto un'importanza davvero secondaria. Ovviamente non voglio eludere la domanda: la stampa occidentale che si occupa dell'Iran è stata e continua ad essere cialtrona e questo va spiegato. Va inoltre definito cosa intendiamo quando parliamo di "maggioranza" in un paese come l'Iran o, più in generale, in una società.

Schumpeter e la stampa

Facendola breve costui scrisse le sue opere principali parlando della trasformazione dell'imprenditore in burocrate. Ecco, io credo che una delle principali ragioni dello stato dell'informazione oggi risieda in questa trasformazione.

Il "produttore" dell'informazione, sia che con ciò intendiamo il giornalista, sia che intendiamo il tycoon, non ama il rischio dell'innovazione. Preferisce il guadagno piccolo ma immediato e sicuro, il "giro breve". Nemmeno il giornalista ama il rischio, e spesso nemmeno l'impegno di investigare. Molto meglio scrivere commenti, opinioni, notizie di seconda mano. Insomma fare ciò che faccio io, con la differenza che io perlomeno non sono pagato e so il persiano!

Il giornalismo d'inchiesta è merce sempre più rara, ed è ancor più raro il suo "sottogruppo", il giornalismo di guerra. Per tutto il conflitto iracheno sentivo giornalisti "sul campo" che scrivevano dal cocktail-bar dell'hotel Palestine di Baghdad, quando non direttamente da Amman! Tanto valeva starsene a Roma o a New York che costavano meno.

L'industria delle news, in questo modo, diventa un semplice megafono delle dichiarazioni ufficiali. Di qualunque dichiarazione ufficiale, persino quelle del governo iraniano. Perché non fidarsi significa approfondire, approfondire significa investigare, e investigare significa - apriti cielo - lavorare. E spesso il lavoro di un giornalista è rischioso e costoso, perciò chi glielo fa fare all'editore, anche quando si trova il giornalista coscienzioso? Si scrivono due fregnacce e si vende lo stesso.

Direi che c'è anche un secondo punto.

Una parte non indifferente delle testate italiane si occupa dell'Iran e delle violazioni dei diritti dell'uomo con un preciso fine: quello di dimostrare al lettore che far aprire un kebab nel centro è estremamente pericoloso e inopportuno, figuriamoci far costruire una moschea.

Così molte testate sono interessate agli eventi iraniani solo in questa chiave di lettura: avere un motivo per odiare l'Islam e tutti i musulmani. E' ovvio che l'affidabilità dell'informazione specifica sull'Iran diventa risibile. Persino una corretta comprensione della realtà va a puttane. Tipo: hanno sparato sulla folla venerdì? no? Allora non c'è notizia! Oppure: ma se quelli gridano "Allah Akbar" sui tetti, come fanno a essere i buoni? Insomma contro chi dobbiamo scrivere?

Questa parte dell'informazione italiana non è secondaria. Forse è "maggioritaria", magari non nei numeri, ma certamente nel senso che spiegherò tra breve.

Numeri e compattezza

La posizione ufficiale del governo iraniano è che venerdì pochi facinorosi cantavano slogan fuori tema e sono stati isolati e puniti dalla folla. La posizione della maggioranza dei manifestanti è che sostanzialmente i filogovernativi erano asserragliati nell'università, circondati da una marea verde. Io sono convinto che la verità sta da qualche parte in mezzo.

Ma il punto non è questo. Non è mai stato questo, nemmeno durante e dopo le elezioni. I numeri sono importanti nelle liturgie elettorali di una democrazia stabile e collaudata, non quando ci sono "masse sociali" a confronto. Quando i verdi iraniani cantano "bugiardo" bugiardo! dov'è il tuo 62 percento?" possono anche essere una minoranza, ma dall'altra parte non risponde nessuno. La controparte sta zitta. Certo c'è una dura repressione poliziesca, ma non c'è una folla decisa e determinata a difendere il governo. E' questo il punto.

Oltretutto bisogna anche tener conto della "tara" della repressione. Ci sono sondaggi di buontemponi che dicono di aver fatto 1000 telefonate a Teheran e che Ahmadinejad avrebbe la maggioranza dei consensi. Vi dico una cosa: vivessi in Iran e squillasse il telefono a chiedermi se approvo l'operato di Ahmadinejad, IO direi di sì! Che ne so chi c'è dall'altra parte? Non voglio certo rischiare di finire nel braccio 209 di Evin a confessare che sono l'amante segreto di Golda Meyr. Mi meraviglia che non abbiano risposto sì all'unanimità! Solo un completo idiota farebbe un sondaggio del genere.

Quindi, tornando a noi, tirando le somme, e disinteressandoci dei numeri e delle percentuali, da una parte abbiamo una folla enorme, decisa, compatta. Dall'altra abbiamo forse persino una maggioranza, ma di indecisi, di gente disunita, piena di dubbi. Di gente che deve decidere da quale parte è più salutare stare, e che sta mano a mano scoprendo che è socialmente meglio stare in mezzo ai verdi.

Data la situazione, il governo diventa ondivago. Oscilla tra risposte estreme e tentativi di moderazione. Ai primi, il movimento risponde con odio e compattezza. Mentre interpreta i secondi come segni di debolezza e dimostrazioni che tenere duro paga.

La "compattezza" di una parte politica è la vera chiave di lettura di ciò che intendiamo per "maggioranza", quando usciamo dalle alchimie elettorali delle isole felici come quella in cui viviamo. Una "maggioranza" di questo tipo determina lo Zeitgeist - lo spirito del tempo - o, per usare un termine militare, ha in mano l'iniziativa.

Ma anche nei regimi democratici consolidati il controllo dello "Zeitgeist" risulta essere determinante. Così, ad esempio, sul tema dell'immigrazione in Italia si è costretti ad aver a che fare con un'atmosfera xenofoba nel suo complesso. A causa della quale diventa obbligatorio avere come interlocutori politici quei partiti e quei giornali che se ne fanno portavoce.

Ma tutto questo accade prima del voto: lo spirito dei tempi si manifesta nelle strade, nei bar, negli uffici. E solo dopo, semmai, nelle urne.

sabato 19 settembre 2009

Una giornata speciale


Confesso che ero un po' in apprensione. L'opposizione doveva dimostrare non tanto di esistere, quanto di saper ancora scendere in piazza e delegittimare il governo con la propria presenza fisica. Non era scontato. Nulla è scontato quando si parla delle masse.

Tutto ciò a distanza di quasi due mesi dall'ultima manifestazione massiccia, quella avvenuta in occasione della preghiera del Venerdì di Rafsanjani. L'occasione era fornita da una delle ricorrenze "liturgiche" del regime: la giornata di Qods, in cui si manifesta per Gerusalemme in solidarietà coi palestinesi.

Una tipica situazione cosiddetta "win-win": la manifestazione è un appuntamento importante per gli obiettivi di politica internazionale del regime. Non può assolutamente essere cancellata, pena l'ammissione pubblica di una cosa che ormai sanno tutti: che il governo non controlla il paese. Essendo una manifestazione autorizzata, dunque, non può essere repressa.

E' ovvio che il regime non può selezionare "a monte" chi partecipa, deve solo sperare che gli oppositori stiano a casa a grattarsi. Ma non è successo. E' successo invece che, anziché le solite 20-30 mila comparse di professione di ogni anno, stavolta sono apparsi una milionata di oppositori con vestiti, braccialetti, foto di Karoubi e Mousavi, e bandiere verdi. In tutto il paese.

Così l'opposizione, dopo aver espropriato il colore verde dell'Islam e "Allahu Akbar", di fatto espropria anche la manifestazione del Quds. O forse sarebbe meglio dire che si riappropria degli spazi pubblici. Quando l'altoparlante dell'organizzazione dice "morte a Israele", la massa risponde "morte alla Russia" colpevole di essere stato il primo paese a riconoscere Ahmadinejad.

Il filmato che ho postato qui sopra (ringrazio mia sorella per avermelo fornito) riguarda un pezzo della manifestazione di ieri a Teheran. E' emblematico. Il filmato inizia inquadrando un gazebo "istituzionale" di fedeli al governo. Vediamo bandiere dei Pasdaran e sentiamo l'altoparlante che invoca l'apparizione del Mahdì.

Poi la videocamera inquadra la folla verde tutta attorno al gazebo, che tuona "marg bar diktator", "morte al dittatore". La folla sovrasta il gazebo, con i corpi e con le voci. Potrebbe linciare gli occupanti in un istante, ma non lo fa. Si limita alla derisione, e dalla faccia degli occupanti traspare la coscienza di trovarsi nella parte sbagliata del mondo.

La derisione è sottolineata dal regista con una marcetta che accompagna la scansione ritmica delle parole "marg bar diktator". L'effetto è impietoso: epico e satirico allo stesso tempo. Il risultato narrativo implicito è che il Mahdì è apparso sotto forma di questa marea, e vi sta facendo un mazzo così, solo che siete troppo ottusi per accorgervene!

Il riapproriamento degli spazi pubblici da pate dell'opposizione, ieri, era tale da aver reso impossibile il lavoro delle reti televisive nazionali. La prima rete si è ritrovata a dover interrompere un'intervista in diretta ad Ahmadinejad. La sua voce era coperta dal l'imbarazzante coro "dimissioni! dimissioni!" proveniente dalla manifestazione alle sue spalle.

Ahmadinejad era visibilmente nervoso. Il suo discorso dal palco è durato una ventina di minuti e sostanzialmente si è limitato a negare l'olocausto, mentre fuori - nel mondo reale - lo slogan più gettonato della manifestazione era "non Gaza, non Libano: la mia vita per l'Iran".

Tutte le sei reti ad un certo punto hanno smesso di trasmettere in diretta le immagini della manifestazione: era impossibile non inquadrare le bandiere verdi e zittire gli slogan del movimento, e va notato che per la TV nazionale non esiste ufficialmente alcun movimento di opposizione in Iran ma un complotto ormai sconfitto dalle forze dell'ordine...

Allo stadio Azadi c'era un'importante partita del campionato. La TV ha dovuto trasmettere le immagini in differita e in bianco-nero così non si vedeva il verde sugli spalti! Insomma avanti così, a Teheran, Isfahan, Mashhad, Shiraz, Tabriz, Rasht, Kermanshah, Ahvaz e persino a Qom.

La giornata si è svolta in modo relativamente tranquillo, almeno a Teheran. Se si fa eccezione al fatto che c'è stato un attentato alla vita di Khatami: un assalitore armato di coltello ha cercato di colpirlo ma la folla lo ha fermato, almeno questo è quanto si vede dalle foto e si racconta. Sono apparsi tra la folla anche Mousavi e Karoubi.

Tutto sommato si è avverato ciò che avevo previsto un paio di mesi fa: non si possono fare manifestazioni da centinaia di migliaia di persone tutti i giorni. Nel quotidiano, la lotta alla dittatura assume la forma di "attrito": graffiti, tazebao, roba del genere. Le manifestazioni di massa vanno organizzate bene, e questa era organizzata bene. L'Iran ha molte ricorrenze in cui non è possibile impedire alla gente di scendere per strada.

Insomma bisogna andare avanti così per sei mesi, un anno, e nel frattempo preparare il terreno per arrivare allo sciopero generale. Salvo la possibilità remota e improbabile di un passo indietro del governo.