giovedì 29 ottobre 2009

News

Un po' di notizie dall'Iran prima di fare un post impegnativo nei prossimi giorni.

Scuole e università:

Procede l'agitazione in tutto il paese. Trovo quotidianamente notizie di proteste in questa o quella facoltà, contro questo o quel personaggio pubblico che ha dovuto sospendere l'intervento. Agitazione nelle mense, nelle aule, nei dormitori. La mano del regime è pesante, espulsioni e arresti, ma si procede.

Ieri ad esempio è toccato a circa 2000 studenti dell'università libera di Teheran-sud che protestavano per solidarizzare con gli studenti dell'unversità libera di Teheran-centro e di Karaj, e chiedevano il ritiro dei provvedimenti disciplinari prese in quelle sedi.

Sempre ieri sono scoppiate proteste nell'università Payam Nour di Mashhad, e nella Shaheed Chamran di Ahvaz, dove la contestazione è stata particolarmente forte per la presenza di un parlamentare (Rasaii) favorevole ad Ahmadinejad.

A Kashan sono state chiuse le scuole di ogni ordine e rango con la scusa della suina... Curiosamente riapriranno il 5 novembre subito dopo le proteste programmate per il 4 (vedi sotto). Altrettanto curiosamente il sindaco ha suggerito ai genitori di non far uscire di casa i loro figli per una settimana per impedire il contagio. E, aggiungo io, magari di non vestirli di verde che si sa che attira il virus.

Lavoro:

Dopo più di una settimana di proteste, occupazione e sciopero, la polizia ha attaccato e disperso gli operai di una grossa fabbrica di tubature nella città di Ahvaz.

L'episodio è interessante per la sua dinamica, abbastanza tipica: l'azienda è pubblica (il settore in effetti fa parte dell'indotto del petrolchimico). Dato che non stanno ricevendo lo stipendio da 9 mesi non era la prima volta che protestavano. Ma per la prima volta gli slogan della protesta hanno "sposato" gli slogan del movimento verde, e lo sciopero - da contrattuale - è diventato politico.

Se tanto mi dà tanto, c'è da aspettarsi un allargamento della politicizzazione degli scioperi mano a mano che il movimento si organizza.

4 novembre:

Ovviamente l'Iran non ha partecipato alla Grande Guerra del 1914-18 e quindi stiamo parlando di un altro 4 novembre. Il 4 novembre che ufficialmente si festeggia in Iran è la data della presa dell'ambasciata statunitense nel 1979. Da allora la ricorrenza è stata dichiarata giornata nazionale della lotta all'imperialismo.

Dato che il governo non potrà proibire le manifestazioni il movimento intende ripetere ciò che ha fatto durante la giornata di Al-Quds: espropriare la ricorrenza con una massiccia presenza, e dichiarandola "giornata nazionale della lotta all'imperialismo estero e alla tirannia interna".

La comunicazione e il volantinaggio sembrerebbero essere estremamente attivi sul territorio, altro segno di una maggiore organizzazione del movimento e della graduale perdita di controllo da parte del regime.

Azrael aspetterà ancora un pochino:

E' riapparso Khamenei, vivo. Un certo numero di VIP e di studenti particolarmente geniali dei centri di eccellenza sono andati a trovare il vecchio leader e l'occasione è stata ripresa dalla TV nazionale. Personaggi influenti del regime e vicini al Leader: non ci si aspetta proteste da gente simile.

Ma ad un certo punto un ragazzo, vincitore di diverse borse di studio, prende il microfono per una quindicina di minuti e fa uscire la riunione dai binari programmati. Il giovane pone 4 severe critiche al Leader, una vera e prppria requisitoria: mette sotto accusa l'imbarazzante parzialità della TV nazionale (i direttori sono scelti da Khamenei), mette sotto accusa la violenza con la quale pacifiche manifestazioni sono state represse subito dopo le elezioni (per ordine del Leader), critica il modo in cui il nodo dei brogli è stato affrontato (con l'arbitraggio del Leader), e critica il fatto che nessuno osi criticare il leader.

L'intervento si è svolto in modo talmente imprevisto che la TV nazionale ha dovuto interrompere diverse volte l'audio. Ma la cosa davvero interessante è che la platea, che ci si aspettava completamente addomesticata, ha applaudito il ragazzo! Il leader ha farfugliato qualche risposta poco convincente e poi si è allontanato senza partecipare alle preghiere previste dal protocollo.

Bentornato vecchio.

domenica 18 ottobre 2009

"Stachka!" - parte prima


Organizzare la concordia tra i lavoratori è più difficile che organizzare la concordia tra i capitali. Intanto perché è maggiore il numero delle persone coinvolte. Inoltre, ancora più importante, l'azione del capitale punta a de-strutturare la società, rendendola un insieme di singoli individui slegati tra loro e in reciproca concorrenza. Ciò avviene introducendo ragioni di separazione tra gente che in realtà avrebbe un obiettivo comune: smettere di mantenere chi vive senza lavorare.

Per dirla in breve: l'azione del capitale mira a far stare meglio alcuni a danno degli altri, ad esempio pagando una parte della popolazione salariata perché tenga a bada un'altra parte della popolazione salariata. Il capitale garantisce in questo modo la propria sopravvivenza, attraverso l'organizzaizone dei propri complici in una specie di "catena alimentare".

E' per questo che organizzare uno sciopero generale è un compito complesso. Più facile organizzare un'agitazione in una singola fabbrica, dove è chiaro quali sono le rivendicazioni e le condizioni di lavoro. Ma uno sciopero generale coinvolge lavoratori di tutti i settori sociali: lavoratori che si trovano in condizioni salariali e lavorative estremamente differenti.

Per questa sua caratteristica, lo sciopero generale ha sempre un significato eminentemente politico. Pertanto esso necessita di un lungo lavoro organizzativo - un tempo si sarebbe detto "ideologico" - che precede il momento in cui scatterà l'astensione dal lavoro, proprio per trovare un terreno comune a tutte le rivendicazioni di tutti i lavoratori.

Traduco dal persiano un testo intitolato "scioperi sociali", pubblicato qualche giorno fa da Mohsen Sazegara con l'intento di far conoscere al movimento di opposizione in Iran alcune tipologie di organizzazione del dissenso nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. Il testo è un articolo (di cui non ho la versione inglese) dello storico Jeremy Brecher autore di "Strike!" e una lunga serie di testi sul tema di globalizzazione e lavoro.

***

Questi appunti riguardano gli scioperi che rispondono alle seguenti caratteristiche:

La maggior parte dei lavoratori in sciopero non sono iscritti in organizzazioni sindacali ufficiali; l'obiettivo principale dello sciopero non è di tipo contrattuale ma piuttosto la lotta contro un regime o la richiesta di un cambiamento sociale radicale; sono considerati illegali dalle istituzioni al potere.

Chiameremo questi scioperi "scioperi sociali".

Organizzazione

Laddove i sindacati sono deboli, oppure sotto il controllo dello stato o del padronato, è necessario innanzitutto poter mobilitare le forze in modo rapido. Sotto questo aspetto ci sono state importanti esperienze di lotta in Polonia, Sudafrica e nelle Filippine: in generale è necessario che l'organizzazione sia flessibile, rapida, e capace di produrre leader e militanti in continuazione.

Si possono seguire due strategie:

In alcuni casi è possibile creare dei "soviet" operai, dove gli attivisti si presentano e scelgono i propri rappresentanti. Vantaggio: la partecipazione è elevata, e i rappresentanti godono di legittimazione democratica essendo stati eletti. Svantaggio: il vincolo democratico potrebbe rendere irrisolvibili i conflitti tra punti di vista differenti, causando la paralisi del movimento.

In altri casi è preferibile organizzarsi in "comitati collegati" composti da poche persone. Ciascun comitato poi sceglie un portavoce che farà parte di un "comitato di coordinamento". Ovviamente in questo caso non c'è un'investitura democratica. Tuttavia il movimento si può organizzare in modo efficiente pur essendo minoritario. Inoltre i comitati possono inscenare rapidamente azioni specifiche e scomparire prima di dover affrontare una rappresaglia.

La scelta tra i due tipi di organizzazione dipende dalla situazione politica generale.

Le fonti del potere

Gli scioperi sociali sono un potente strumento di opposizione sotto diversi punti di vista:

1) Il padronato, i burocrati, gli amministratori e in generale gli elementi influenti si trovano in difficoltà di fronte al rallentamento della produzione.

2) Il movimento, mostrando se stesso, si pone come polo di attrazione per qualunque tipo di opposizione al regime.

3) Le istituzioni scoprono di essere vulnerabili.

Tuttavia non siamo di fronte ad una regola generale. Ad esempio è possibile che azioni destabilizzanti del movimento spaventino sia le istituzioni, sia il popolo. L'arte dello sciopero sociale consiste nell'attrarre le masse popolari e contemporaneamente lottare in modo efficace contro il sistema.

Gli obiettivi

Gli obiettivi devono essere sufficientemente generali, in modo tale da poter risultare socialmente trasversali. Devono essere in grado, ad esempio, di unire il più possibile lavoratori del settore privato, i dipendenti pubblici, le donne, le classi istruite, il sottoproletariato urbano o i contadini.

Gli obiettivi devono perciò risultare accettabili alle masse. La democrazia, il rispetto dei diritti umani, i diritti dei lavoratori, sono alcuni esempi di richieste portate avanti da Solidarnosc in Polonia. In altri contesti la richiesta potrebbe essere quella di veder applicate parti della costituzione dello stato che - nella prassi - sono rimaste lettera morta.

Gli obiettivi di uno sciopero sociale possono essere raggiunti per passi successivi. Ad esempio è possibile cominciare dalla riduzione di orario e da richieste salariali per arrivare a cambiamenti radicali nella legislazione del lavoro. Un regime potrebbe essere abbastanza combattivo da non voler concedere la piena libertà di espressione e di assembramento, ma essere disposto a liberare i prigionieri politici e frenare le sue squadre di repressione.

I movimenti che si servono di scioperi sociali devono essere in grado di stabilire questi obiettivi tattici e di adattarli al grado di repressione e tensione presente nell'ambiente.

Comunicazione

In condizioni di forte repressione la disponibilità di diversi canali di comunicazione risulta vitale per il movimento. Negli scioperi sociali recenti il ruolo di internet, web 2.0 e dei social network è risultato evidente, tuttavia questi canali vanno completati con altri canali più classici: telefono e comunicazione personale.

Comunque sia, la comunicazione ha due obiettivi: rendere possibile il confronto tra idee ed iniziative dei militanti nel definire tattica e strategia, e coordinare e mobilitare rapidamente il movimento a supporto delle decisioni prese.

Il confronto con la repressione

Fatalmente le istituzioni decideranno di affrontare lo sciopero sociale con la repressione: arresti, incriminazioni, terrore. La strategia vincente per il movimento è quella di convincere il regime che la repressione ottiene il risultato opposto a quello desiderato. La tattica da adottare è il cosiddetto "ju-jitsu politico", ovvero sfruttare la violenza dell'avversario per abbatterlo.

Se questa tattica viene condotta in modo corretto, ogni atto di repressione finisce per alienare al regime parti della società, e ne mette in crisi la legittimazione politica. La condizione necessaria è che la lotta del movimento si sviluppi senza il ricorso ad un'organizzazione militare o paramilitare, ovvero che avvenga senza armi.

In questo modo il movimento può avere gioco facile a porsi come difensore della stabilità sociale e della legalità, e presentare il regime come una cricca estremista fuori dal controllo che intende mantenere il potere ad ogni costo. Si può persino giungere a recuperare tra le proprie file settori sociali normalmente favorevoli al regime.

Ovviamente qui non si sta parlando della non-violenza come principio ideologico di valenza universale, ma di una precisa strategia: una specie di "patto" scaturito dal confronto tra le varie componenti del movimento.

giovedì 15 ottobre 2009

Voci


Girano voci su internet che Khamenei sta per girare l'occhio.

Al momento l'unico dato abbastanza certo è che tre medici sarebbero sono portati d'urgenza, martedì nottetempo, a casa della Suprema Guida, e che da allora il vecchio non si è visto in giro. Al di là di questo, sul suo reale stato di salute non si sa nulla. C'è chi (Michael Ledeen) dice che è in coma, ma è troppo presto per parlarne.

Se sta bene e cammina, a mio parere domani lo si vedrà alla preghiera. Se non sarà presente alla preghiera le voci prenderanno vigore, e forse la gente scenderà in piazza. Ad ogni modo, dato che prima o poi il Signore se lo prenderà, è bene prevedere cosa succederà nel paese in quel caso.

E' molto probabile che la notizia venga nascosta per qualche giorno. Il tempo che servirà alla "Sepah" - ai Guardiani della Rivoluzione - per contattare il maggior numero possibile dei membri dell'Assemblea degli Esperti (che per costituzione dovrà eleggere il nuovo leader), e cercare di imporre un proprio uomo. Con minacce, ricatti, concessioni.

Di più non si può prevedere. La presenza massiccia della popolazione per le strade potrebbe rovinare questo piano, come potrebbero rovinarlo gli stessi militari se agiranno da soldati e non da politici.

Per queste ragioni sono convinto che la notizia della morte resterebbe segreta per qualche giorno. Oltretutto gli stessi funerali potrebbero diventare un momento molto teso. Ma per adesso si stanno solo facendo delle ipotesi. Vedremo.

martedì 13 ottobre 2009

Her mother called her beautiful, her daddy said "a whore"

video

Narges Kalhor è figlia di Mehdi Kalhor, consulente culturale e responsabile media del governo Ahmadinejad. La ragazza, circa ventenne, ha presentato un suo lavoro al Festival Cinematografico di Norimberga per i diritti umani, dopodiché ha chiesto asilo politico in Germania.

Purtroppo non ho visto il film (e a questo punto sono curioso). So solo che si chiama "l'erpice", che è tratto da "La Colonia Penale" di Kafka, e che è un corto di dieci minuti.

Nel video che ho caricato (qui su youtube) la ragazza è intervistata da Hana Makhmalbaf, sua coetanea, a sua volta regista e figlia d'arte, che a Norimberga ha presentato il documentario "Green Days". Qualcuno particolarmente interessato al cinema iraniano la ricorderà - bambina - in una sequenza di "Pane e Fiore" del padre Mohsen.

Trovo l'intervista molto interessante per intuire l'aria che si respira in ogni famiglia iraniana. Per vedere come, persino tra le famiglie di ministri e sottosegretari, cova il dissenso e la voglia di liberazione. Purtroppo non so sottotitolare i video e quindi lo traduco qui sotto.

***

Hana Malhmalbaf: di cosa parla il tuo film, cara Narges?

Narges Kalhor: il film è una mia reinterpretazione di un racconto di Kafka, "la colonia penale". Il racconto è ambientato in un luogo immaginario e si svolge intorno ad una grottesca macchina per la tortura.

H.M.: perché un film sulla tortura? perché Kafka?

N.K.: per la verità quando mi è venuto in mente di fare un film sulla tortura avevo già intenzione di ispirarmi ad un'opera letteraria, e ne ho lette diverse. Questa di Kafka fu l'unica in cui mi sono ritrovata pienamente. Kafka visse in un'epoca e in un ambiente completamente diversi dal nostro, ma questo racconto ti tocca talmente in profondità che è stato impossibile passargli accanto senza farsi coinvolgere.

H.M.: sei figlia del signor Mehdi Kalhor giusto? Puoi dirci qualcosa riguardo a tuo padre, dei tuoi pensieri riguardo a lui e al suo ruolo?

N.K.: mio padre in effetti è consulente culturale del governo di Ahmadinejad. E' un uomo d'arte, un bravo fotografo e un pittore. Per me è stato un punto di riferimento e una costante fonte di incoraggiamento quando stavo muovendo i primi passi come sceneggiatrice e regista, ma non credo sappia nulla di questo mio film né di dove lo sto presentando. Le nostre vie si sono separate e ognuno fa ciò che ritiene più giusto, com'è corretto che sia.

H.M.: mentre tu ti riconosci nel movimento verde...

N.K.: proprio i recenti avvenimenti mi hanno spinto a presentare questo film qui a Norimberga. Ritenevo sbagliato stare in silenzio. Avrei potuto restare in Iran, continuare a scrivere e girare film tranquillamente, tenermi per me le mie idee. Ma sinceramente quando vedi una moltitudine chiedere all'unisono le cose in cui credi, come fai a restarne fuori? Io ho fatto la cosa giusta, a prescindere da ciò che ne pensa mio padre.

H.M.: ritieni di essere l'unica figlia di un politico legato ad Ahmadinejad ad aver abbracciato il movimento verde?

N.K.: l'obiettivo principale del movimento è la liberazione, o per meglio dire la nostra autodeterminazione matura e consapevole. Questo obiettivo prescinde dal ruolo che uno può avere oggi in Iran. Molte persone con ruoli politici di primo piano hanno abbracciato queste idee, e persino mio padre nel suo intimo non è del tutto contrario. Io so per certo che molti ragazzi, figli di politici del gabinetto di Ahmadinejad, o di parlamentari a lui vicini, hanno le mie stesse idee. Certo non tutti vengono all'estero a presentare un film per esprimere la loro avversione per la tortura, ma non di meno ciascuno di loro sta facendo ciò che in coscienza ritiene giusto fare, che gli è possibile fare.

H.M.: cosa pensi del futuro del movimento verde?

N.K.: forse ci vuole un po' più di coraggio, di radicalità. Serve un piccolo balzo in avanti. Quando lo si compie, il resto diventa facile. Ma ognuno di noi ha i suoi tempi, non si può fare tutto subito.

H.M.: fai conto che tuo padre stia vedendo quest'intervista. Cosa voresti dirgli, a lui e a tutti i padri nella sua posizione?

N.K.: ne sarei felicissima. Sarei felicissima se vedesse il mio film e mi desse un parere critico. Gli direi che ho appena iniziato questo mestiere, che intendo impegnarmi a fondo, e che l'ho fatto per poter esprimere le mie idee attraverso il cinema. Chiederei il suo sostegno. I figli chiedono solo questo ai propri genitori.

H.M.: stai chiedendo a un ministro di Ahmadinejad di sostenere una ragazza che si riconosce nel movimento verde?

N.K.: perché no? Lo chiedo allo stesso Ahmadinejad! Le persone possono cambiare, il pensiero di un uomo non è predeterminato al momento della nascita. Chiunque può fermarsi per un istante a pensare e fare la cosa giusta. Chiunque può chiudere gli occhi per un istante e riconoscere che la retta via è quella della gente che scende per le strade a chiedere solo la libertà.

sabato 10 ottobre 2009

Nukes and spooks


Settimana scorsa, su VOA in lingua persiana, è andata in onda un'analisi sulla situazione politica. La trasmissione ha toccato diversi punti: il risultato dei colloqui sul nucleare, la situazione interna, e l'interesse dei media e delle diplomazie occidentali (argomento sfiorato qui sopra con Paola Pisi).

Non mi metto a sbobinare l'intera trasmissione, che è durata un'oretta ma ne riporto qui sotto il riassunto. Hanno partecipato alla trasmissione il solito Mohsen Sazegara e Alireza Nouri Zadeh in veste di analisti.

1) Colloqui sul nucleare

Il regime ha cercato di presentare i colloqui come un grande successo diplomatico. Analizzando a fondo, invece, la situazione sembrerebbe molto diversa.

Il gruppo del 5+1 si è ricompattato grazie al "nuovo corso" di Obama, e non ha fatto nessun passo indietro, come invece sperava il regime. Sembrerebbe certo che alla fine l'Iran sarà costretto a far concludere le ultime fasi dell'arricchimento in Russia e far supervisionare - anche con controlli a sorpresa - gli impianti esistenti.

In cambio, sul piano internazionale, la delegazione iraniana non ha ottenuto nulla. Una cena a base di pesce con Solana e un incontro di 45 minuti tra Jalili e William Burns, alla fine del quale il sottosegretario di stato americano ha salutato il suo interlocutore iraniano più o meno dicendogli "guardate che quanto ai diritti umani la vostra pagella fa un po' schifo", con un certo imbarazzo per il povero Jalili.

Non è esattamente il patto di non aggressione con gli USA che, fino a ieri, per gli iraniani era la condizione necessaria per sospendere l'arricchimento. E' difficile non parlare di capitolazione: dopo tre anni di sanzioni, che hanno causato danni immensi all'economia iraniana per non parlare dell'instabilità politica e sociale che ne è derivata, oggi si torna "in prigione senza passare dal via".

Visto con occhi di destra, il governo Ahmadinejad è privo di legittimazione interna e sta sostanzialmente svendendo il paese allo straniero. L'unica cosa che il governo riesce a fare è cercare di presentare l'incontro, sul fronte interno, come una grande vittoria. Senza convincere nessuno. In Iran ormai chiamano questi tentativi mediatici "interviste alla Saeed Sahhaf" (*).

Il tentativo politico è quello di ottenere dall'estero una legittimazione che manca all'interno, ma simili tentativi riescono raramente. Basta pensare alle difficoltà di Karzai in Afghanistan, e parliamo di uno che era ben voluto dagli americani e dagli europei fin dall'inizio.

(*) Il povero Saeed as-Sahhaf, ministro d'informazione dell'Iraq nel 2003, era diventato famoso perché negava l'attacco americano mentre a Baghdad giravano colonne di Abrams.

2) Legittimità estera di Ahmadinejad

Nel suo discorso al Cairo, e in altre occasioni, Obama si era detto disponibile all'apertura di un dialogo senza pregiudizi con la Repubblica Islamica. Ma gli eventi post-elettorali pongono seri interrogativi sulla stabilità del paese, e complicano i piani del presidente statunitense.

Tra luglio e settembre i "lobbisti" della Repubblica Islamica hanno cercato in tutti i modi di riaprire i canali diplomatici con il seguente ragionamento: Ahmadinejad gode dell'appoggio incondizionato dei Guardiani della Rivoluzione e di Khamenei. Ciò che firmerà sarà come il vangelo. Che ci sia o no una sua legittimazione democratica è un fatto secondario. In fondo cosa vi interessa se sono morti 4 ragazzini? Muore un sacco di gente anche in Cina e in Arabia Saudita. Questo ragionamento aveva convinto molte testate giornalistiche in occidente, ma la condizione necessaria era il successo della repressione.

Forse era proprio questa la ragione di un certo atteggiamento "riduttivo" di molta stampa occidentale riguardo al numero dei manifestanti durante la giornata di Al-Quds. Ma quella manifestazione ha comunque avuto un'eco fuori dal paese. Ha dimostrato che la situazione era tutt'altro che stabile. Persino Abu Mazen ha avuto parole di elogio per il popolo iraniano "che ha mostrato la sua solidarietà alla causa palestinese rifiutando però qualunque intromissione".

Non è azzardato perciò sostenere che la presenza massiccia del movimento nelle strade durante la giornata di Al-Quds ha certamente influenzato l'esito dei colloqui, vanificando i piani di quanti parlavano di situazione normalizzata.

Gli Stati Uniti, come ogni nazione, operano principalmente seguendo i propri interessi. In questo momento ci possono essere due approcci diversi verso la questione iraniana: uno, di corto respiro, potrebbe essere quello di cercare di ottenere il più possibile da un regime debole e delegittimato.

Tuttavia, in un'ottica di lungo periodo, è chiaro che sono sempre i popoli a decidere. Stringere la mano ad un regime che si trova impegnato in un conflitto durissimo con una cittadinanza irriducibile, rischia di provocare in futuro danni più grossi di quelli provocati dalla stessa operazione Ajax.

3) Il fronte interno

Uno dei punti di maggiore interesse della situazione politica attuale è il silenzio dei grandi ayatollah, che sembrerebbero aver fatto propria la massima "né con le Brigate né con lo stato". In realtà per la maggior parte cercano di prendere le distanze dal regime, tuttavia raramente in modo deciso.

La realtà è che questo regime è notevolmente più "laico" del regime dello Shah. La monarchia non ha mai cercato di uccidere Khomeini, perché uccidere un Seyyed era inaudito. Il regime islamico invece è pienamente conscio della strumentalità di certe tradizioni, quindi si comporta in modo molto più cinico. Le famiglie dei grandi ayatollah sono da tempo monitorate dai servizi segreti. Sono molto rari gli ayatollah i cui famigliari stretti non si siano in qualche modo macchiati di qualche porcheria, insomma che non siano ricattabili. Giusto i soliti Montazeri e Sane'i.

Per contro il movimento è estremamente attivo nelle scuole e nelle università dopo la riapertura, e si muove secondo due direttrici: da un lato cerca di collegare il movimento studentesco con le altre componenti sociali in lotta, dall'altro porta avanti le proprie istanze specifiche. La prima delle quali è l'espulsione degli uffici dei bassij dalle strutture universitarie.

In questa fase il movimento si sta organizzando per un confronto lungo, e cerca di rendere sempre più angusti gli spazi di manovra del regime nel paese. Il prossimo appuntamento è per il 4 novembre, anniversario della presa dell'ambasciata americana. Altro appuntamento che il regime non può militarizzare.

mercoledì 7 ottobre 2009

La meglio gioventù - 2

Come promesso, traduco il secondo articolo firmato da Rashid Esmaili. Rashid è un ex studente dell'università Allameh Tabatabaei di Teheran, attivista dei diritti umani e della difesa delle minoranze etniche. A causa del suo impegno politico venne espulso dall'università nel 2007, insomma si tratta di una delle figure storiche della contestazione. Le sue analisi sono pubblicate su numerose riviste online vicine al movimento.

Il movimento studentesco e la tragica ignoranza dell'autorità

Nei quattro anni passati l'università è stata la principale trincea della lotta contro il neofascismo islamico ed il suo principale simbolo, Ahmadinejad. La coraggiosa azione degli studenti della Amir Kabir, messa in atto durante un suo discorso [1], segnò l'inizio ufficiale di alcuni anni di dura lotta. Dopo quell'episodio ed il conseguente arresto di un gruppo di studenti e attivisti della Amir Kabir, la maggior parte delle università del paese divennero teatro di assembramenti e scioperi contro i provvedimenti del governo Ahmadinejad.

Non è un'esagerazione dire che le iniziative degli studenti, appartenenti ai più disparati indirizzi politici, ebbero un ruolo principale nello smascherare il volto fascista e autoritario del governo Ahmadinejad. Certamente gli studenti pagarono un costo molto alto: vennero sospesi, espulsi, imprigionati, torturati. In quel periodo i gruppi riformisti avevano ancora una posizione moderata e ottimista nei confronti della Repubblica Islamica. Oggi purtroppo la maggior parte degli uomini politici più in vista di quell'area si trova nelle carceri del regime, ma allora non difesero in alcun modo gli studenti, e definirono "errori" le nostre iniziative (...).

Oggi sia noi che loro sappiamo bene che quelle azioni non erano sbagliate. Sappiamo che se non vi fosse stata la resistenza dei movimenti, forse la natura intimamente fascista del regime di Ahmadinejad non si sarebbe mai rivelata all'opinione pubblica mondiale. Per quanto, va detto, il regime ormai si smaschera benissimo da solo con le proprie politiche.

Sono passati 4 anni e, nonostante tutte le pressioni e restrizioni, furono anni importanti e fecondi per il movimento studentesco. Il pensiero politico e la prassi organizzativa, nelle università, si sono mossi verso una direzione sempre più pluralista. Si sono formati gruppi delle più diverse ispirazioni ideologiche e, nonostante vi siano state anche tensioni, hanno imparato a coesistere.

L'iniziale atteggiamento intollerante ha via via lasciato il posto ad una rivalità serena e argomentata. Liberali, marxisti, religiosi modernisti, nazional-religiosi, sostenitori del riformismo ufficiale, nazionalisti laici, hanno tutti partecipato attivamente alle proteste degli ultimi 4 anni facendo la propria parte. In quest'atmostera pluralista, l'Ufficio per il Consolidamento dell'Unità rappresenta l'organizzazione unitaria più importante. Essa, negli ultimi due decenni, ha subito una metamorfosi sorprendente, fino a diventare il principale veicolo delle istanze favorevoli alla democrazia e ai diritti umani nelle università.

Oggi, a più di tre mesi dal golpe del 12 giugno, fin dall'inizio dell'anno accademico le università sono sono già diventate dei focolai di protesta. Ma rispetto al passato ci sono due importanti novità.

Primo: tutte le organizzazioni politiche sono alleate nell'affrontare il pericolo di un'affermazione del fascismo islamico. Esse hanno individuato chiaramente sia il nemico comune, sia gli obiettivi. Gli studenti sanno che nella loro lotta contro "i nemici dell'università e della libertà" hanno assoluto bisogno di unità e di reciproca legittimazione. Fortunatamente questa strada è stata imboccata correttamente fin dall'inizio di quest'anno accademico.

La seconda novità, che a mio parere diventerà la caratteristica principale di questa stagione di lotta, consiste nella diffusione della protesta verso quelle fasce di studenti che in passato, e in circostanze normali, erano totalmente apolitici (...). Oggi, se anche gli studenti storicamente attivi nelle lotte se ne stessero in disparte, gli altri compagni sono in grado di continuare da soli. E' certamente grazie alle fatiche di tutti coloro che hanno lottato e pagato negli ultimi 4 anni che, finalmente, il movimento può ora davvero chiamarsi "movimento".

Il regime ha iniziato il nuovo anno accademico con la strategia della repressione. Pesanti condanne alla reclusione comminate agli studenti di sinistra, sentenze di sospensione ed esclusione dagli studi ai danni degli studenti politicamente attivi in tutte le università del paese, e l'ultima iniziativa di arrestare un 17 studenti membri dell'Ufficio per il Consolidamento dell'Unità [2] durante una riunione informale, sono solo alcuni esempi.

Tuttavia queste iniziative si basano su un'errata interpretazione della realtà. Le forze di polizia credono di poter controllare e disinnescare le proteste arrestando gli attivisti più visibili, ignorando il fatto che ormai il movimento si organizza da sè, si guida da sé, ed ha in se stesso il principale mezzo di informazione e di propaganda (...). L'arresto degli attivisti nelle università non porterà alcun beneficio al regime, esattamente come l'arresto dei politici in vista non ha reso più controllabile la società fuori dalle università. Anzi, ha ottenuto l'effetto contrario.

Chi si oppone al regime non sono alcuni partiti: la controparte è il popolo. Così accade anche nelle università. Gli avversari del governo golpista non sono gli studenti liberali, i marxisti, o l'Ufficio per il Consolidamento dell'Unità, ma pressoché la totalità degli studenti. La domanda è: i responsabili delle forze di polizia ignorano forse quanto appena detto?

La situazione reale certamente non sfugge agli esperti del ministero dell'Informazione, e una corretta analisi può certamente essere comunicata verso l'alto. Ma il problema sta in quel "alto". Ovvero sono i responsabili politici ad essere diventati ciechi e sordi. Disinteressati verso la condizione reale della società, essi sostituiscono il personale esperto dei vari ministeri con ruffiani e accondiscendenti. E' lo stesso tipo di sordità e cecità che colpì lo Shah durante gli ultimi anni della monarchia.

Da una parte forse dobbiamo essere contenti di tutto questo. Certo se fossero stati capaci di ragionare e comprendere chiaramente la situazione sarebbe stato meglio per tutti (...).

martedì 6 ottobre 2009

La meglio gioventù - 1


E' iniziato l'anno scolastico. Il clima nelle scuole e nelle università è molto caldo e teso, come facilmente si può immaginare.

Tra oggi e domani tradurrò due articoli, il primo dei quali circola per email, e il secondo presente su un sito. Si tratta di due circolari diciamo così "organizzative" degli studenti universitari, volte a rafforzare la coesione interna e rendere più efficiente il coordinamento delle iniziative di lotta.

Ciò che traspare molto chiaramente è la maturità politica del movimento verde, e la sua grande flessibilità tattica. Soprattutto nella sua avanguardia, rappresentata, appunto, dagli studenti.

Il movimento studentesco nella nuova fase

(...) Nella nostra storia recente l'università e il movimento studentesco hanno costantemente preceduto la società di un passo. Questo ruolo non è casuale: da un lato esso discende dell'idealismo giovanile, e dall'altro dal vivere a contatto con le conquiste della modernità.

Anche nello scenario politico attuale, in seno al movimento verde, gli studenti possono giocare un ruolo d'avanguardia e precedere di un passo le richieste politiche della società, proponendo temi che verranno poi fatti propri dall'intero movimento.

Contemporaneamente va tenuto presente che, se l'avanguardia si spingesse troppo in là, ciò produrrebbe fatamente uno scollamento tra il movimento studentesco ed il popolo. In particolare bisogna prestare attenzione ad alcuni punti:

1) L'università è il luogo ideale per organizzare in modo efficiente le forze in lotta contro il governo golpista. Gli studenti possono formare gruppi di alcune decine di persone per operare nella propria università, e formare poi una rete (sulla base amicizie dirette o legami di parentela tra singoli membri) con i gruppi operanti in altre università.

La massa degli universitari non deve aspettare che siano alcuni compagni - riconosciuti in passato come politicamente attivi - ad organizzare il gran numero di studenti neopoliticizzati. Allo stesso modo i gruppi di lotta storici non devono aspettarsi che le masse studentesche si facciano automaticamente inquadrare nelle loro organizzazioni.

Anzitutto le organizzazioni storiche non hanno le risorse per poter operare in questo modo. Inoltre la struttura del movimento verde, per come si è evoluta fino ad oggi, è una rete non gerarchica, complessa e flessibile, operante in base al principio di "ogni combattente un leader". Tutto questo non si concilia con la struttura piramidale delle organizzazioni esistenti (...).

2) La rete dei gruppi di lotta, una volta operativa, può similmente stabilire contatti con altre reti esterne, come il movimento femminile, il movimento operaio, i movimenti etnici, insegnanti e studenti delle superiori, etc.

Non è sufficiente ad esempio concordare una manifestazione nel bazar, o in una fabbrica. Bisogna prima di tutto contattare conoscenti interni, chiarire gli obiettivi politici del movimento, e preparare il terreno con slogan, manifesti e tazebao per attirare più simpatizzanti possibili. Ed è solo a quel punto che si possono tentare azioni come una manifestazione o uno sciopero.

3) Nella situazione attuale, per il movimento studentesco è prioritaria la protezione di due gruppi sociali.

Il primo gruppo è quello dei professori e degli impiegati delle università, cioè le fasce fisicamente più vicine al movimento. Gli studenti devono difendere i professori e gli impiegati vicini al movimento e creare un'atmosfera pesante per i venduti al regime, ricorrendo al boicottaggio, alla contestazione e alla derisione. Ovviamente le tattiche possono essere diverse in ciascuna università e sarà compito dei compagni trovare quella adatta.

Il secondo gruppo è quello degli studenti delle superiori. Gli studenti universitari possono restare in contatto con quelli delle superiori attraverso la solita rete di conoscenti e consanguinei, e coordinare insieme azioni come già detto in precedenza.

4) Il regime cercherà di ristabilire il controllo facendo pressione sugli attivisti dei gruppi storici. Gli attivisti noti e le loro organizzazioni devono prestare la massima attenzione ad alcuni punti. Primo: devono assolutamente allontanare da sé qualunque tentazione di stabilire un'egemonia ideologica ed organizzativa sulla massa degli studenti.

Secondo: certamente nelle situazioni critiche essi devono essere presenti in prima persona, come hanno sempre fatto in questi anni. Tuttavia nella maggior parte delle occasioni essi dovranno lasciare la scena ai nuovi e coraggiosi attivisti, da poco entrati nell'università o comunque poco attivi in precedenza. (...)

5) Il ruolo delle università libere [non statali, ndt] è di primaria importanza, a causa della loro diffusione sul territorio nazionale e del numero elevatissimo di studenti iscritti. (...) I compagni delle università statali, più che in precedenza, dovranno dare copertura mediatica alle iniziative di lotta nelle università libere favorendo una maggiore attenzione della società nei loro confronti.

6) Parte della pianificazione certamente riguarderà la massiccia presenza studentesca nelle grandi manifestazioni popolari quando si presenterà l'occasione. Tuttavia si possono pianificare in modo efficace anche dimostrazioni-lampo fuori dall'università. Ad esempio coordiandosi con gli studenti delle superiori nell'ora di chiusura delle scuole.

7) Ormai è chiaro che gli studenti bassij sono il principale organo di repressione poliziesca nelle università. Soprattutto da quando la loro organizzazione è stata direttamente inquadrata nell'Arma, essi hanno perso completamente qualunque parvenza residua di spontaneismo.

Alcuni di loro hanno picchiato, ucciso la gente nelle strade, torturato prigionieri. Li dobbiamo affrontare come affrontiamo i mercenari del regime nella società: col più completo isolamento. In questo modo sarà loro chiaro che non hanno posto in mezzo al popolo, e inoltre ridurremo al minimo la loro danno come spie.

(diffuso via mail il 06/10/2009)

domenica 4 ottobre 2009

Breve storia della melanzana - parte seconda


In un articolo del 23 luglio, con lo stesso titolo, ho accennato al fatto che l'abbigliamento obbligatorio femminile non è "una simpatica tradizione esotica del cazzo", ma che fu introdotto e imposto da una decisione politica agli albori della rivoluzione islamica.

Questa decisione venne resa operativa per 4 passi successivi, così oggi intendo tradurre liberamente un articolo che illustra quei passi.

***

Il primo passo venne compiuto il 7 marzo 1979: con un discorso molto chiaro e diretto Khomeini ordinò alle donne di velarsi. Tuttavia, dato che la presenza di gruppi politici di ispirazione marxista, liberale e nazionalista era ancora molto forte oltre che legittima, l'ordine non poteva essere eseguito. Così il clero rivoluzionario, di fronte ad una forte resistenza delle donne istruite e lavoratrici, dovette arretrare ridursi al silenzio.

Tuttavia in questa fase il clero poté saggiare la reale resistenza ideologica del paese di fronte al concetto del velo islamico. Da questo punto di vista vanno dette due cose. Primo: gli intellettuali laici criticavano molto il modello femminile della "bambolina occidentale" (عروسک فرنگی) poiché lo ritenevano introdotto dalla dinastia Pahlavi. Secondo: costoro consideravano la questione del velo tutto sommato come secondaria, e preferivano non entrare in conflitto aperto con i militanti islamici su questo punto.

Il secondo passo va dal marzo 1979 al giugno 1980. In questo arco di tempo, l'impegno di introdurre il velo venne portato avanti non più dai personaggi più in vista del clero rivoluzionario, ma dai militanti di base. Nello stesso periodo iniziò la lotta sanguinosa per il potere completo nel paese.

I rivoluzionari religiosi, marcatamente il partito della Repubblica Islamica e l'Organizzazione dei Combattenti della Rivoluzione Islamica, mano a mano esclusero dalle leve di potere la sinistra laica, i gruppi autonomisti locali, ed infine i politici liberali e nazionalisti. Inoltre, ovviamente, chiunque fosse stato in qualche modo legato al vecchio regime veniva arrestato o ucciso. In quest'atmosfera di estrema violenza, l'avere e non avere il velo implicava l'essere a favore della Guida della Rivoluzione o essergli contro.

Non va comunque dimenticato che molte donne erano state in qualche modo attratte dall'idea del velo islamico. Le donne di idee marxiste, ma per il resto laiche, consideravano il velo una forma di lotta ideologica contro il modello femminile occidentale e capitalista. Molte altre donne istruite dimostravano il loro impegno rivoluzionario con il velo, spesso anche come semplice decisione "tattica" pur di rovesciare il regime precedente.

In questi 15 mesi non vi fu nessuna legiferazione diretta in materia di abbigliamento femminile. Tuttavia le donne senza il velo perdevano l'impiego con qualunque scusa ed erano frequentemente infastidite per strada. Possiamo descrivere questo periodo con la frase "il velo è una decisione personale, purché te lo metta!".

Il terzo passo coincise col discorso del 29 giugno 1980 tenuto da Khomeini. In questo discorso la guida della Rivoluzione Islamica criticò fortemente la presenza di simboli imperiali negli uffici pubblici, e chiese la loro islamizzazione entro 10 giorni.

Immediatamente tutti i ministeri e gli uffici pubblici emisero dei circolari in cui si minacciavano le impiegate di licenziamento nel caso si fossero presentate senza l'abbigliamento islamico. Venne data molta copertura mediatica all'arresto e al processo di impiegate che non si erano conformate alla circolare. Tutte le donne che, come forma di protesta, si erano vestite di nero, vennero accusate di attività filo-monarchica e represse.

Il velo divenne uniforme obbligatoria nelle scuole femminili. Le università erano chiuse nell'attesa di essere riformate sull'onda della "rivoluzione culturale". Le intellettuali e le donne in vista da prima della rivoluzione erano emigrate, o si erano chiuse in casa, o erano state rinchiuse in carcere. Pur non essendo stata promulgata nessuna legge sull'abbigliamento delle donne per la strada, nei fatti era ormai molto difficile vederne qualcuna senza il velo.

Il quarto passo finì per rendere obbligatorio l'abbigliamento islamico in tutti i luoghi pubblici. Vennero rese operative le "regole di ingaggio" per affrontare le violatrici. Il rischio di non mettersi il velo divenne talmente elevato che nessuna donna ormai accettava di correrlo.

Nel giugno del 1981 venne promulgata la legge che rendeva obbligatorio l'abbigliamento islamico in tutti i luoghi pubblici.