lunedì 8 febbraio 2010

Un errore di valutazione

Anno 1999, due interviste.

Massoud Dah Namaki, capo-squadraccia di un gruppo di "plainclothes", nella rivista "Jebhé" ["Fronte" ndt] diceva così: "I riformisti sono degli esseri che accetterebbero di difendere i loro rappresentanti solo dalla cabina elettorale. Noi dobbiamo cambiare il tipo di gioco, in modo che possano solo andare a casa a nascondersi".

Nello stesso periodo Mehdi Taeb, di recente capo dei Bassij (prima che l'organizzazione venisse definitivamente posta sotto la giurisdizione della Sepah), affermava: "Questa è gente di Pounak e Niavaran [quatrieri bene, ndt], è gente non alza il tovagliolo senza usare la forchetta. Non è gente che prende manganellate, e infatti appena vedrà il manganello scapperà a casa".

E' difficile dire quanto questo tipo di mentalità, autoalimentatasi in reciproche pippe mentali per un decennio o forse più, abbia inciso nella crisi odierna. E' difficile dire quanto abbia inciso nel prevedere una facile repressione e normalizzazione dopo le elezioni, quado si trattò di decidere se approvare o no il risultato elettorale. Ma ha indubbiamento avuto un peso.

Oltretutto costoro non sono gli unici. A chiunque dei lettori di questo blog sarà capitato di sentire (o pensare) "beh ma quelli sono più decisi, più cattivi, alla fine la spunteranno". Una superficialità del genere è scusabile (poco, ma lo è) da parte di un Italiano. Non lo è per nulla da parte di chi ha vissuto in pirma persona un periodo in cui a persone del tutto ordinarie sbucò un coraggio leonino.

Uomini politici e "gruppi di pressione" vicini al leader hanno più volte sottolineato come, secondo loro, mediante l'uso della repressione urbana fosse possibile raggiungere qualunque obiettivo politico. Più precisamente da almeno due decenni l'investimento nell'apparato repressivo dei gruppi di pressione è una delle voci più importanti del bilancio della Sepah.

Ma, come ormai pare evidente, è stato un errore di valutazione. Un errore al quale costoro fanno fatica a credere. Perché su questo equivoco si basa la loro intera strategia, e fa male pensare di aver creduto a delle cazzate e agito di conseguenza. Fa male pensare di essere da meno rispetto a "fighetti" che disprezzi o - Dio non voglia! - rispetto a delle donne.

L'errore principale, di costoro e del superficiale italiano, consiste nel ritenere il coraggio una dote naturale o un dono divino. Un qualcosa col quale si nasce, o che si nasce sprovvisti di esso. Una questione trascendentale insomma.

Il coraggio, invece, è solo una relazione sociale. Si tratta cioè di un concetto che dipende dai fattori ambientali in misura preponerante rispetto ai tratti caratteriali. Citando Kraus, posto nelle giuste condizioni, l'impiegato che si spaventa allo scoppio di un palloncino di carta assalta da solo un nido di mitragliatori pur di non deludere il commiliotone che fa conto su di lui. Per poi tornare in ufficio, dopo la guerra, e spaventarsi allo scoppio dello stesso palloncino.

Non c'è nulla di caratteriale, divino, genetico, trascendente in questo. Solo ambientale.

Un italiano può anche non saperlo e non immaginarlo. Un iraniano che ha visto Khosro Golesorkhi, intellettuale alto 1.60 per 60 chili, battersi come un leone per mettere sotto accusa il re anziché difendersi in un tribunale che lo stava condannando a morte per crimini non commessi, chi ha visto questa scena dicevo dovrebbe avere idee molto più realistiche sulle forme in cui il "coraggio" si manifesta.

domenica 7 febbraio 2010

Pagliacci


Pagliacci 1:


Tattica del regime per l'11 febbraio: gli organizzatori avrebbero detto che coloro (bassij affidabili raccolti da tutto il paese), che saranno fatti entrare nella piazza Azadi per far mostra di sé alle telecamere, devono avere qualche indumento verde. Così poi possono dire ai giornalisti invitati che tutto il popolo è con loro.

La stampa estera è stata già informata con un comunicato accorato da un centinaio di firme di giornalisti iraniani rifugiati fuori dal paese, che hanno spiegato ai colleghi stranieri quale sarà il vero percorso della manifestazione.

Pagliacci 2:

Proprio di ieri il mio post in cui riferivo dell'intervista ad Ahmadinejad, in cui il "presidente" diceva che l'Iran era pronto a far arricchire all'estero l'uranio fino al 20 %.

Leggo oggi su Televideo: l'Iran dichiara di aver iniziato ad arricchire l'uranio fino al 20%. Non hanno fatto passare mezza giornata per smentirlo.

Gli stanno preparando la forca, a quell'uomo. Ed è troppo stupido per capirlo.

Alì è libero

Dal blog www.tourjan.com.

Alì Fathi [il blogger di Tourjan] è stato liberato stamattina dietro una cauzione di 50.000 dollari. Sta molto bene e ha ringraziato tutti gli amici.

Sono molto felice per lui. La cauzione fissata a 50.000 dollari mi ricorda le parole di Sean Penn in Dead Man Walking: "non ci sono ricchi nel braccio della morte".

sabato 6 febbraio 2010

"Vedo!"

Da più parti gli analisti si interrogano quanto sia vicino lo show-down. Perché in tutti i moti popolari, coronati o no di successo, prima o poi è arrivato il momento della cosiddetta "azione finale".

A volte è arrivata subito, a volte dopo anni. Ma quando arriva quel momento gli eventi si rincorrono come impazziti e i minuti si sembrano accorciare. Basta un piccolo incidente imprevisto, e in situazioni del genere tutto è imprevedibile.

Escalation di demenza

Di certo il governo fino ad oggi le ha provate tutte: prima fase di repressione, culminata con gli stupri in carcere a Kahrizak più o meno sbandierati per ottenere paura; poi tentativi di dividere l'opposizione nelle sue componenti, di mettere in piedi qualche show stradale "spontaneo" di appoggio al governo, di mostrarsi pronto a un dialogo finto del tipo "parliamo a patto che dici di sì a quello che dico io"; poi è arrivato ad attivare gruppi di fuoco e ucciso due notabili in attentati terroristici, effettuato arresti in massa, messo alla forca due innocenti e promesso di ucciderne presto altri undici.

E, notizia di ieri, fatto attaccare la moschea dell'Ayatollah Dastgheib - a Shiraz - da una squadra di delinquenti che hanno picchiato i presenti riuniti a commemorare i caduti della rivoluzione del 1979.

Attenzione, ripeto se non si fosse capito, hanno attaccato i fedeli riuniti in una moschea di un "Marjà" sciita a pregare: non erano le squadre di integralisti Indù nel Gujarat governato dal Bharat Janata Party, non erano coloni della West Bank fedeli al rabbino Kahane, non erano soldati russi nel Daghestan. Erano squadre in borghese della Repubblica Islamica dell'Iran.

Secondo l'articolo poi la polizia è intervenuta "convincendo gli assalitori a smettere di tirare i sassi e andarsene". Li hanno convinti, eh? mica arrestati. Che autocontrollo la polizia di Shiraz.

Ho già sostenuto più volte che il ritmo dell'avanzata del consenso dell'opposione, nelle fasi rivoluzionarie, è scandito sia dai propri meriti sia dagli errori dettati dalla stupidità delle tirannie.

Una stupidità intrinseca, in quanto il tiranno non ammette contraddittorio: chi guarda le cose sempre solo da un'angolatura, poi capita che si ritrova un cetriolo all'altezza del fondoschiena non sa spiegarsi da dove è sbucato. Perché non ha voluto ascoltare quelli che il cetriolo l'avevano visto crescere, e quando avevano provato ad avvisarlo li aveva zittiti: che bisogno c'è di democrazia? so già tutto io. E ora goditi il cetriolo.

Il ritmo degli errori del regime sembra essersi intensificato. Tra il 27 dicembre e oggi ci saranno stati 5-6000 arresti, ho smesso di tenere il conto. Poi hanno messo in bocca a persone dell'opposizione mezze frasi di riconciliazione che sono state puntualmente confutate da nette prese di posizione degli interessati, facendo l'ennesima figura da stupidi.

Si sono comprati la maledizione eterna condannando a morte due innocenti pur di fare paura al popolo.

Lo hanno fatto in un paese dove da trent'anni, su ogni muro, campeggiano scritte come "uno stato si può reggere sull'empietà, ma non sull'ingiustizia" (Maometto).

Lo hanno fatto in un paese dove la leggenda di Zahhak, il vecchio re maledetto con due serpenti sulle spalle, che doveva uccidere due giovani al giorno e darli in pasto ai suoi due serpenti pur di sopravvivere e restare sul trono, te la raccontano da bambino.

Eppure il ministro di "giustizia" ha annunciato altre 11 condanne senza fare nomi, gettando nella cupa disperazione centinaia di madri, padri, mogli, mariti. Ho ascoltato l'intervista al padre di uno dei due impiccati, Arash Rahmanipour. Aveva il tono fermo del padre di un eroe d'annunziano caduto sul fronte del Carso nel 1917, cioè l'esatto contrario di ciò che si proponevano condannando a morte il figlio.

Sono arrivati ad arrestare, e persino a pestare, le madri dei prigionieri che ormai da settimane si radunano giornalmente davanti al carcere di Evin per chiedere notizie dei loro figli oppure il loro rilascio. Le madri non hanno smesso di riunirsi, si è stancata la polizia di rischiare l'ammutinamento tra i reparti per pestarle. E così ieri hanno emesso questo comunicato:

"Venerdì è il 40esimo giorno dei caduti dell'Ashura. Noi abbiamo deciso, ciascuno nella misura delle sue possibilità, di donare del cibo ai senzatetto per onorare la loro memoria. Preghiamo chiunque abbia la possibilità di fare la stessa cosa, e di pregare di cuore per la salute dei nostri congiunti, tenuti in ostaggio nelle carceri, che potrebbero essere consegnati al boia in qualunque momento. Noi non abbiamo più nessun appiglio se non quello di rivolgerci alla corte del Signore". In altre parole, citando Alì: "abbi paura di quell'oppresso al quale non è rimasto altro che appellarsi a Dio".

Show Down

Riassumendo: stanno solo rendendo più decisa l'opposizione. Così settimana scorsa l'ultima perla. Se ne esce - tomo tomo, cacchio cacchio - Zahhak, pardon Khamenei, a dire che sì, il popolo l'11 febbraio venga pure a manifestare per ricordare i valori della rivoluzione. Quindi ora la manifestazione ha anche l'autorizzazione suprema.

Perciò "vedo!" insomma contiamoci.

Molto probabilmente raccoglieranno le loro forze da tutto il paese per poter mettere insieme 200.000 persone e occupare piazza Azadi, metteranno una tribuna di giornalisti per filmare l'evento, magari bloccheranno le vie di accesso e anche internet per ritardare l'invio di filmati indesiderati.

La cosa buffa è che solo i ragazzi dei quartieri di Eslamshahr, Apadana e Ekbatan - come si dice su Balatarin - probabilmente basterebbero a superarli in numero. Senza contare che il resto del paese così sarà praticamente in mano all'opposizione. Vedremo.

Leadership

Negli ultimi mesi si aveva avuta l'impressione che la leadership del movimento, nella persona di Mousavi soprattutto, fosse rimasta più indietro rispetto alla fase politica che attraversava il movimento stesso.

Con l'intervista del 2 febbraio (qui la traduzione in inglese - scroll down!) ha sicuramente proposto in modo fermo, netto e chiaro, i desiderata del movimento.

Per certi versi si può addirittura dire che ha superato il movimento, o almeno si è posto tra le avanguardie: nella misura in cui dice che la costituzione non è rivelazione divina e può essere cambiata, che la Rivoluzione Islamica è rimasta incompiuta poiché nel paese regna ancora la tirannia.

Una precedente intervista - va detto pubblicata dalla governativa Fars News - aveva lasciato intendere che Karoubi aveva definito Ahmadinejad presidente legittimo. Almeno questo era lo "spin" che ne diede Fars News. Un successivo "chiarimento" del figlio di Karoubi aumentò la confusione.

Lo "Sheikh" ha più avanti chiarito che c'è una differenza tra presidenza "de jure" e presidenza "de facto", e che lui intendeva questa seconda fattispecie nel senso che costui, presidente "de facto" comunque è responsabile delle decisioni che prenderà.

Ha tagliato la testa al topo - perché in fondo di un topo si trattava - Zahra Rahnavard moglie di Mousavi con un'intervista in cui dichiarava nettamente il suo "hinc manebimus optime". Insomma non arretriamo di un centimetro.

Ma tutta questa messinscena di Fars News è storia antica. La storia recente è la convocazione parallela di Karoubi alla manifestazione del 11 febbraio con toni e argomentazioni diverse ma identiche nella sostanza.

Ricordo che all'inizio della crisi un amico mi disse "avete politici del genere all'opposizione e ti lamenti?". Ripensandoci aveva ragione, ma va detto che c'è quantomeno un vincolo di reciproca influenza tra leadership e masse.

Un poveraccio

Un ultima parola su Ahmadinejad. Sazegara dice che sembra ormai uno di quei poveretti che chiunque passa gli dà una sberla. Insomma in balia degli eventi. L'opposizione ha persino smesso di gridargli contro, ora che ha individuato il bersaglio grosso. I capi della Sepah parlano direttamente col Leader e lo trattano da impiegato.

Mercoledì ho visto un'intervista in cui diceva "ma sì, l'uranio lo facciamo arricchire fuori fino al 20%, facciamo un contratto, dov'è il problema?". Il lato tedesco del 5+1 avrebbe risposto qualcosa che suona più o meno come "vai e torna quando il tuo capo ha firmato la bozza".

Se non mi facesse schifo mi farebbe pena. Vabbé per oggi finiamola qui.

venerdì 5 febbraio 2010

Ebrei in Iran (ovvero: parlando amabilmente in attesa dell'11/02)

Raccolgo l'invito di scrivere un commento su questo articolo di Roger Cohen in merito alla condizione degli ebrei in Iran.

Trovo l'articolo ben scritto ed equilibrato. Non dimentica di citare le false accuse di spionaggio mosse a un gruppo di ebrei di Shiraz, inventate per motivi legati a giochi di potere. Insomma, sì, l'Iran non è antisemita ma vivi sempre in un paese dove puoi finire condannato a morte per favorire una parte politica.

Tuttavia nella sostanza è vero: l'Iran non è mai stato "antisemita" nel significato classico (cioè occidentale) del termine.

L'antisemitismo storico ha due matrici. La prima è di origine religiosa, cristiana, e si associa all'accusa di deicidio. In particolare Matteo recita: "E tutto il popolo rispose: il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli" (Mt.27:26). Frase che presa alla lettera ha giustificato più di un pogrom.

La seconda matrice è quella pseudo-scientifica cialtronesque-darwiniana. Con l'età contemporanea gli stati europei si laicizzano ma, com'è come non è, l'antisemitismo non sparisce, assume nuove forme. La più gettonata è la questione razziale, che fornirà poi la base ideologica per i partiti antisemiti dell'Europa occidentale (nell'Europa orientale non esistono importanti movimenti politici antisemiti, poiché l'antisemitismo è così diffuso da non poter fornire una discriminante politica! vd. Hannah Arendt - "Le Origini del Totalitarismo" libro 1). E' questo secondo antisemitismo "laico" che sfocerà poi nell'eliminazionismo nazista.

Nel mondo islamico la giustificazione religiosa dell'antisemitismo è molto più blanda e più difficile da trovare. Primo: Gesù è un profeta e ha lo stesso grado di Maometto, Mosé e Abramo. La sua uccisione non è l'uccisione di Dio. Inoltre la stessa crocifissione è trattata dal Corano in modo quanto meno ambiguo:

Corano IV (Surat An-Nisa'): 156 (...) e [li maledicemmo] per aver detto contro Maria calunnia orrenda, 157 e per aver detto: "abbiamo ucciso il Messia Gesù figlio di Maria, Messaggero di Dio", mentre né lo uccisero né lo crocifissero, bensì qualcuno fu reso ai loro occhi simile a Lui (...) 158 Ma Iddio lo innalzò a sé, e Dio è potente e saggio.

Ad ogni modo il dato certo è che che per tutto il medioevo gli ebrei in fuga dall'Europa cristiana trovano rifugi abbastanza sicuri nel mondo islamico, nella Spagna moresca o, più tardi, nei Balcani ottomani. Sia ai cristiani che agli ebrei "è stato dato un Libro" e quindi avevano libertà di culto. Pagando ovviamente, ma una volta pagato erano in genere sudditi con uguali diritti.

Hanno ragione le persone intervistate a dire che sostanzialmente in Iran vivono bene. Sicuramente meglio di come avrebbero vissuto in Siria o in Egitto, per non dire in Arabia Saudita.

Il fatto che le guerre siano arabo-israeliane a livello popolare ha un suo peso: l'Iran non ha profughi e regioni da farsi restituire, nessun iraniano è mai morto sotto i colpi dello Tsahal e il conflitto tra i due paesi sembra più una questione di dovere e di retorica che di sostanza. Un po' come mi sembra accada per il Pakistan o l'Indonesia giusto per citare due paesi musulmani non arabi.

Facciamo un altro esempio per tastare il polso del sentimento popolare: con tutti gli aiuti che l'Iran ha inviato negli anni a Gaza o nel Libano, sentire i capi di Hamas e del Hezbollah che chiamano "Golfo Arabico" il Golfo Persico ogni volta che sono a Riadh secca - e non poco - il contribuente iraniano. Cose come queste in Iran si notano molto, ve lo assicuro.

Sembra comunque evidente che il mandato di Ahmadinejad abbia dato un nuovo impulso retorico alla questione, a prescindere dal sentimento popolare.

E' che in una polveriera bisogna fare molta attenzione a quelli che fumano e non stanno attenti a dove buttano la cenere, figuriamoci se poi arriva quello che gli piace giocare coi cerini. Quello che Cohen identifica come una questione retorica dà l'impressione di essere la concreta ricerca di un casus belli, e il fatto che l'opposizione sia dichiaratamente contro quel linguaggio non è un aspetto casuale della questione.

Per quanto mi riguarda la questione Terra Santa non si risolve eliminando uno dei due stati ma facendoli convivere. Ritengo che tutto sommato questa sia una posizione maggioritaria in Iran.

***

PS: Ali Fathi, lo studente di teologia blogger di "Tourjan" (linkato qui a destra) è stato arrestato.

Va detto che di questi tempi il carcere in Iran sta diventando il luogo di ritrovo delle migliori menti del paese, perciò c'era da meravigliarsi che fosse ancora libero dato che si firma nome e cognome.

Con la speranza di rivederlo presto.

lunedì 1 febbraio 2010

"Fajr"

Significa "alba" ed è il nome dell'ottantanovesima sura del Corano.

Nella liturgia della Repubblica Islamica le "giornate di Fajr" sono dieci giornate - vedi versetto 2 della sura - che vanno dall'1 al 11 febbraio 1979. Cioè dal giorno del ritorno di Khomeini alla resa delle ultime forze fedeli al re.

In tempi normali queste giornate sono occasione di festeggiamenti, comizi, festival cinematografici e culturali in genere, e manifestazioni popolari. Quest'anno i festeggiamenti a carattere culturale si sono ridotte al nulla, dato il forfait in massa dell'intera "intellighentia" che non ha nessuna voglia di vedersi associata a un estabilishment odiato. I comizi probabilmente si terranno tutti al chiuso per evitare accuratamente le contestazioni. Resteranno solo le manifestazioni dove ancora una volta l'opposizione avrà occasione di contarsi.

Ma questo è un post a carattere storico, con l'obiettivo di far conoscere nel dettaglio cosa accadde nella "decade dell'alba" nel febbraio del 1979. Va premesso che si trattò delle sole giornate finali di una rivoluzione che durava da due anni, ma furono anche le più drammatiche.

1 febbraio 1979:

L'ayatollah Khomeini atterra a Teheran. Ingenti misure di sicurezza. La folla accorsa ad attenderlo formerà un cordone ininterrotto, ai lati della strada, lungo 33 chilometri. Dopo un discorso rivolto alla folla in aeroporto, andrà a visitare i sepolcri dei caduti della rivoluzione nel cimitero di Teheran.

3 febbraio 1979:

Conferenza stampa di Khomeini: "non mi costringano ad invitare il popolo alla Guerra Santa. Se la Jihad si renderà necessaria saremo in grado di armarci. Presto presenterò il governo. I membri del Consiglio della Rivoluzione sono già stati individuati. Chiedo all'esercito di unirsi a noi. I militari sono nostri figli e noi gli vogliamo bene, devono ritornare in seno al popolo quanto prima. La bozza della nuova costituzione sarà messa al voto popolare, e tutti i cittadini stranieri potranno continuare a vivere liberamente nel paese".

5 febbraio 1979:

Khomeini presenta il governo provvisorio della rivoluzione, guidato da Mehdì Bazargan. Il programma del nuovo governo consisteva nel traghettare il paese verso il referendum sulla scelta tra monarchia e repubblica, l'elezione dell'Assemblea Costituente, e l'elezione del nuovo parlamento.

8 febbraio 1979:

A Teheran si tenne la più grande manifestazione della rivoluzione. I giornali parlarono di 7 milioni di persone. Alla fine della marcia, i manifestanti "fiduciarono" il governo Bazargan per acclamazione.

9 febbraio 1979:

Venerdì, giorno di festa. La situazione precipita. Durante un comizio di Bazargan, all'università, si ha notizia di scontri tra la Guardia Immortale fedele al re e le forze di terra dell'aeronautica (che si erano già unite al popolo). La popolazione accorre in aiuto delle forze amiche ma non riesce a rompere l'assedio. Si conteranno decine di morti.

10 febbraio 1979:

Conflitto armato tra le forze fedeli alla monarchia e la popolazione che aveva assaltato caserme e posti di polizia per armarsi. Durissimi scontri con impiego unità corazzate del regime.

Il governatore militare di Teheran, Rahimi, nominato dal re prima della sua partenza all'estero, ha comunicato il coprifuoco totale a partire dalle ore 16:30 fino alle ore 05:00 del mattino, poi allungato fino alle 12:00. Tuttavia la popolazione aveva già creato posti di blocco e trincee improvvisate in tutta la città, e pertanto non si riuscì ad imporre il coprifuoco.

11 febbraio 1979:

La popolazione armata assaltò e liberò, nell'ordine: il carcere di Evin, la sede della SAVAK, il palazzo reale, il Parlamento e il Senato, la prefettura e la gendarmeria.

Durante la presa della prefettura il governatore militare di Teheran, il Maggiore Generale Mehdi Rahimi, cadrà nelle mani dei gruppi armati. Sarà processato e fucilato 4 giorni dopo insieme ad altri tre generali: Rabii (generale dell'aeronautica), Mohagheghi (generale dell'aeronautica), e Naji (generale di fanteria e capo del governatorato militare di Isfahan). Una dopo l'altra si arresero tutte le caserme.

Nel frattempo si tenne una riunione tra i più altri gradi dell'esercito, vi parteciparono una ventina di generali. A maggioranza si decise la resa dell'esercito al governo rivoluzionario. Fu emesso un comunicato scritto fatto leggere allo speaker della televisione, interrompendo la normale programmazione.

Poco dopo le forze della rivoluzione occuparono la sede della Radio Televisione nazionale, e fu comunicata al paese la destituzione della dinastia Pahlavi.

giovedì 28 gennaio 2010

Lettera al suocero di un assassino

Stamane all'alba sono stati mandati a morte due giovani con l'accusa di appartenere ad un gruppo monarchico, e con l'accusa di "ribellione contro l'islam". Non erano accusati di reati di sangue.

Secondo i loro avvocati le accuse di apartenenza a gruppi eversivi sono infondate e si baserebbero su confessioni estorte. I due erano agli arresti da un anno circa. Il primo avrebbe confessato per patteggiare la pena, e il secondo perché - dice l'avvocato - avevano arrestato con lui anche la sorella in stato di gravidanza e minacciavano di torturarla ed estorcere la confessione a lei, se non avesse confessato.

Poi la situazione del paese diventa tesa e instabile. I due, che avevano confessato per evitare il peggio, finiscono nell'ingranaggio kafkiano: la pena per la quale avevano patteggiato diventa la morte, e stamattina vengono condotti nella stanza dove li attende la corda insaponata.


Si chiamavano Mohammad Reza Alizamani (37 anni) e Arash Rahmanipour (19 anni).

Traduco per l'occasione una lettera aperta del regista Mohsen Mahmalbaf all'Ayatollah Vahid Khorasani, uno dei più importanti dottori di teologia di Qom, la cui figlia ha sposato Sadegh Larijani capo del potere giudiziario della Repubblica Islamica.

***

Egregio signor Vahid Khorasani

Se Lei avesse saputo che un giorno sarebbe diventato il suocero di un assassino, avrebbe voluto lo stesso nascere a Nishabur nel 1924? Non credo.

Se avesse immaginato che Sadegh Larijani sarebbe un giorno diventato capo del potere giudiziario, che le sue mani si sarebbero sporcate del sangue di due giovani innocenti, avrebbe approvato lo stesso che sua figlia ne divenisse la sposa? No, non credo.

Signor Khorasani, oggi è a lei che bisogna fare le condoglianze, non a due madri immerse nel dolore per i loro figli. Per le persone che hanno una coscienza è più facile assistere al martirio dei propri figli, piuttosto che osservare il proprio genero diventare un assassino.

Signor Khorasani, sua figlia stanotte dormirà accanto all'assassino ufficiale del popolo dell'Iran. Non sente vergogna per questo? Se i suoi maestri - Mirza Mehdi Isfahani, Mirza Abdolhadi Shirazi e Seyyed Abolghassem Khoyi - se i suoi maestri avessero saputo che un giorno Ella sarebbe restato in silenzio davanti a un assassinio perpetrato da suo genero, crede che l'avrebbero mai fatta entrare nelle loro scuole? No, io non credo.

Lei che si vanta, nel suo sito, di non aver mai accettato visite in casa sua da nessuna carica dello stato, accetterebbe oggi di ricevere in casa Sadegh Larijani, l'assassino del popolo dell'Iran? Non voglio crederlo.

Nobile maestro Vahid Khorasani, due o tremila giovani studenti di teologia affollano le sue classi tutti i giorni facendo di lei uno dei maestri più seguiti di Qom. E lo fanno perché lei non ha mai accettato di fornire un supporto, scritto o orale, per giustificare la teoria del "Velayat-e Faqih". Se questi giovani la vedessero assistere in silenzio mentre suo genero diventa il boia del loro popolo, crede che frequenteranno ancora le sue classi? No, non credo.

Egregio signor Vahid Khorasani, il grido di dolore del popolo martoriato di questo paese sta facendo tremare non le mura del palazzo del Leader, ma il trono stesso di Dio! Crede forse che le maledizioni del popolo non avranno conseguenze sulla felicità di sua figlia?

Signor Khorasani, quando i suoi seguaci la vedranno in silenzio di fronte all'esecuzione, iniziata oggi, dei giovani verdi del paese, la seguiranno ancora?

No.
Io non credo.