venerdì 31 luglio 2009

Vacanze sui monti

Parto per un paio di settimane. Prima di salutarvi, un'ultima infornata di piccole notizie.

Manifestazioni:

Le commemorazioni del quarantesimo dei martiri sono stati un successo in termini di partecipazione e di "controllo del territorio". L'obiettivo fondamentale è quello di manifestare in tanti senza farsi arrestare o ammazzare, ed è ciò che è accaduto. Ma non volevo parlare di questo.

Teologia:

So che molti probabilmente non sono interessati alla teologia, e non lo sono nemmeno io nel modo "classico". Però trovo che vada capita, studiata, analizzata.

L'altro ieri leggo la replica di un tale su "balatarin". Commentava una frase che viene spesso ripetuta durante i sermoni del venerdì tenuti dai religiosi vicini alla corrente "hojjatyeh", che poi sono i veri ispiratori dell'attuale tentativo di trasformare la repubblica islamica in un regime islamico, come già è stato detto.

La frase è: "O Dio Grandissimo, dì al tuo Imam Nascosto di volgere il suo sguardo verso di noi".

L'Imam Nascosto, per chi non lo sapesse, è il dodicesimo imam degli sciiti duodecimani. Egli dovrebbe riapparire nel giorno della Resurrezione per condurre i fedeli verso il trionfo della giustizia. Di per sé sembra una delle tante frasi che si ripetono in preghiera senza porsi troppi perché, ma leggete cosa dice il tale (che sembra essere uno che ne mastica un po', di teologia):

"Osservate l'ordine gerarchico dell'invocazione: si chiede a Dio di intercedere per noi presso l'Imam Nascosto... Ma normalmente si chiede all'ente più vicino all'uomo, al più basso di grado, di intercedere presso il più alto in grado. Di dovrebbe chiedere a un Imam di intercedere presso Dio, non il contrario. Questa frase dimostra che per gli Hojjati Dio ha un grado più basso rispetto all'Imam Nascosto. Ne consegue che qui c'è in gioco molto, molto, molto più di una semplice elezione rubata".

Insomma costoro sono come uno che chiede allo Spirito Santo di intercedere presso San Gennaro! Hanno la stessa credibilità, teologicamente parlando.


La corrente Hojjatyeh fu aspramente criticata da Khomeini, il quale proprio negli anni ottanta, mentre li emarginava, appuntò Mir Hossein Mousavi come primo ministro. Non corre buon sangue tra gli Hojjati e Mousavi. La guida spirituale di Ahmadinejad, colui che fornisce la giustificazione religiosa del golpe - l'Ayatollah Mesbah Yazdi - è l'attuale "Darth Sidious" della corrente eretica.

Oh, ovviamente il termine "eretico" è un mio giudizio, e fra l'altro essere eretici nell'Islam è molto difficile. E' difficile nel significato che il termine assume per un cristiano. Ma sono convinto di trovare d'accordo con il mio giudizio, su questo pianeta, 19 musulmani su 20.

L'ascesa dell'influenza degli Hojjati sul potere dello stato è la ragione per cui i Grandi Ayatollah di Qom avrebbero recentemente minacciato di trasferirsi a Najaf, in Iraq. Qui chiederei a Paola Pisi - se mi legge - se ha notizie in merito. Certo che nel caso, Sistani ne dovrebbe sapere qualcosa. Si tratterebbe di un fatto con conseguenze importanti per chiunque abiti tra l'Eufrate e l'Indo...

E, per l'Iran, sarebbe anche una molto originale forma di separazione tra stato e chiesa: la chiesa è così schifata dallo stato che se ne separa di propria volontà!

Ciao a tutti fino al 16 agosto.

mercoledì 29 luglio 2009

Il conto del beccaio (and still counting)...

La lista dei caduti uccisi dalla polizia a partire dalla sera delle elezioni è arrivata a 66, a oggi. Ovviamente la lista è incompleta perché riporta solo i morti identificati con un nome. Come vedrete, l'informazione certa è la sessantasettesima vittima.

Ricordo che qualcuno ad un certo punto scrisse che la repressione iraniana ricorda più il G8 di Genova che piazza Tien An Men... Beh, qui sotto c'è un bel piatto pieno di merda, e a costui spetta una porzione da 66 cucchiaiate. Salvo riservargliene qualche mestolata in più tra qualche settimana mano a mano che i conti si fanno più precisi.

In generale il governo ha cercato di centellinare e procrastinare il più possibile la restituzione dei corpi. Spesso sono passati decine di giorni dalla morte prima che venissero restituiti.

La restituizione è quasi sempre avvenuta dietro il rilascio di 3 precise garanzie da parte della famiglia: a) i funerali devono essere tenuti in forma rigorosamente privata, b) nessun discorso o slogan durante la cerimonia, c) la lapide non deve riportare la causa di decesso. Tutto questo risulta confermato da più fonti, nonché dalle dichiarazioni degli stessi famigliari.

Ora la parte più penosa del post: il body-count.

1) Neda Salehi Agha Soltan: 24 anni, impiegata, uccisa il 20 giugno da un colpo d'arma da fuoco. La sua morte è stata ripresa in un famoso filmato.

2) Ashkan Sohrabi: 18 anni, studente. Colpito da arma da fuoco.

3) Bahman Jenabi: 20 anni, operaio in un negozio di manutenzione impianti di riscaldamento. Colpito da arma da fuoco.

4) Hossein Tahmasbi: 25 anni. Durante una manifestazione di protesta a Kermanshah (Kurdistan) viene circondato dalle forze antisommossa e bastonato a morte di fronte un centinaio di testimoni. Morte per trauma cranico.

5) Kianush Asa: studente universitario, età ignota. Arrestato il giorno 15 giugno durante la manifestazione di piazza Azadi a Teheran per riapparire il 25 giugno sul tavolo dell'obitorio col corpo coperto di lividi e fratture. Sepolto nella città di Kermanshah.

6) Mehdì Karami: 25 anni. Ucciso il 15 giugno durante una manifestazione, colpito al collo da arma da fuoco. Sepolto a Mashhad.

7) Mostafà Ghanian: studente universitario. Ucciso da un colpo di arma da fuoco il 15 giugno durante una manifestazione. Sepolto a Yasuj.

8) Mohammad Hossein Barzegar: 25 anni, diploma di istituto professionale. Ucciso il 17 giugno colpito da un proiettile alla testa durante la manifestazione di piazza Hafte Tir. Sepolto dietro rilascio di garanzia da parte della famiglia.

9) Reza Tabatabai: impiegato ragioniere, 30 anni. Colpito da arma da fuoco il 17 giugno e sepolto dietro rilascio di garanzia da parte della famiglia.

10) Iman Hashemi: 27 anni, lavoratore autonomo. Colpito da una pallottola all'occhio il 20 giugno.

11) Parisa Kolli: 25 anni laureata in lettere. Colpita al collo da una pallottola il 20 giugno.

12) Mohsen Haddadi: 24 anni, programmatore. Colpito da una pallottola alla fronte il 20 giugno.

13) Mohammad Nikzadi: 22 anni laureato, ucciso in piazza Vanak il 16 giugno con un colpo d'arma da fuoco al petto.

14) Ali Shahedi: 24 anni. Arrestato il 21 giugno, muore nella caserma di polizia per "ragioni ignote" (medico legale). La famiglia sostiene che è stato ucciso a manganellate.

15) Vahed Akbari: 34 anni, lavoratore autonomo padre di una bambina di 3 anni. Colpito al fianco da una pallottola e ucciso il 20 giugno.

16) Abolfazl Abdollahi: 21 anni elettrotecnico. Ucciso il 20 giugno colpito da un proiettile alla nuca, di fronte all'università.

17) Salar Tahmasbi: studente universitario di Rasht, 27 anni. Ucciso il 20 giugno, colpito alla testa da un proiettile.

18) Fahimeh Salahshur: 25 anni diplomata. Morta il 16 giugno per un trauma cranico riportato in seguito ad una manganellata.

19) Vahid Reza Tabatabai: 27 anni laureato in lingue. Ucciso il 16 giugno da un colpo d'arma da fuoco.

20) Farzad Jashni: residente dell'Elam, si trovava a Teheran per turismo. Il 16 giugno viene ucciso durante una carica dell'antisommossa. Non si sa molto altro.

21) Shalir Khazari: studente universitario fuori sede ucciso il 16 giugno. Sepolto a Piranshahr.

22) Yaqub Barvayeh: 27 anni studente di teatro. Il 25 giugno un cecchino bassij appostatosi sul tetto della moschea Loulagar di Teheran lo colpisce alla testa. Morirà in ospedale. Il corpo è stato sequestrato dalla polizia e dopo 48 ore ne è stata comunicata la sepoltura alla famiglia.

23) Kaveh Alipur: 19 anni. Ucciso da un colpo d'arma da fuoco il 20 giugno. Per restituire il corpo, la polizia avrebbe preteso 3000 dollari per ripagare le pallottole...

24) Said Abbasifar Golchi: 24 anni esercente in un negozio di calzature. Ucciso il 20 giugno colpito da un proiettile.

25) Nasser Amirnejad: 26 anni studente universitario, colpito in piazza Azadi da una caserma di bassij il 20 giugno.

26) Mabina Ehterami: uccisa "all'arma bianca" il 14 giugno durante il raid dei bassij al dormitorio dell'università di Teheran. Sepolta a Behbohan.

27) Fatemeh Barati: uccisa il 14 giugno durante il raid dei bassij al dormitorio dell'università di Teheran.

28) Kasra Sharghi: ucciso il 14 giugno durante il raid dei bassij al dormitorio dell'università di Teheran.

29) Kambiz Sho'ai: ucciso il 14 giugno durante il raid dei bassij al dormitorio dell'università di Teheran.

30) Mohsen Imani: ucciso il 14 giugno durante il raid dei bassij al dormitorio dell'università di Teheran. I corpi di questi 4 studenti non sono stati consegnati alle famiglie. La loro morte è data per certa dai testimoni.

31) Fatemeh Rajabpour: uccisa insieme alla madre il 20 giugno, entrambe colpite da proiettili al fianco e alla gola. Il padre assiste alla morte della figlia e della moglie.

32) Sorur Borumand: madre di Fatemeh Rajabpour.

33) Alireza Eftekhari: 24 anni, giornalista, ucciso il 20 giugno. Il corpo viene consegnato alla famiglia 25 giorni dopo l'uccisione.

34) Ahmad Naim Abadi: ucciso il 15 giugno dai cecchini della caserma bassij 117, in piazza Azadi.

35) Nader Nasseri: ucciso il 20 giugno, sepolto a Babol.

36) Massoud Khosravi: ucciso il 15 giugno in piazza Azadi.

37) Massoud Hashem Zadeh: ucciso vicino a casa il 20 giugno da un colpo d'arma da fuoco. Alla famiglia non è stata consentito inumarlo a Teheran. E' stato sepolto nel villaggio di origine nella regione del Gilan.

38) Iman Namazi: studente, ucciso il 15 giugno di fronte all'università.

39) Salar Ghorbani: 22 anni.

40) Hossein Toufanpur: fermato il 20 giugno durante una manifestazione. Secondo i testimoni gli sono state rotte entrambe le braccia a bastonate, ed infine gli hanno sparato un colpo in testa. Risulta sepolto nel cimitero di Teheran nel loculo 233. La famiglia afferma di aver rifiutato la richiesta di denaro per il riscatto del corpo.

41) Tina Soudi: studentessa uccisa il 20 giugno. La famiglia afferma che la restituzione del corpo sarebbe condizionata ad una loro conferma che la morte sarebbe stata accidentale.

42) Hossein Akhtarzand: ucciso durante una manifestazione ad Isfahan. Era single ma provvedeva alla madre e ai fratelli.

43) Jafar Bruvayeh: universitario ucciso il 28 giugno di fronte al parlamento. Sepolto nella città natìa di Ahvaz con la presenza delle forze di polizia.

44) Hamid Madah Shurcheh: insieme ad un gruppo di altri studenti ha inscenato un sit in di fronte alla moschea di Gouharshad ed è stato arrestato. E' morto a causa di un trauma cramico riportato sotto tortura.

45) Maryam Mehr Azin: 24 anni, uccisa da un colpo di arma da fuoco in via Azadi.

46) Milad Yazdan Panah: 30 anni, ucciso da un colpo di arma da fuoco in via Azadi.

47) Hamed Besharati: 26 anni, ucciso da un colpo di arma da fuoco in via Azadi.

48) Babak Sepehr: 35 anni, ucciso da un colpo di arma da fuoco in via Azadi.

49) Neda Assadi.

50) Amir Kaviri: diplomato al al liceo Tatbighi di Teheran.

51) Farzad Hashti.

52) Amir Toufanpour (da confermare).

53) Mohammad, 12 anni (da confermare)

54) Mahram Chegini Gheshlaghi: 34 anni.

55) Mohammad Hossein Feizi: 24 anni.

56) Ramin Ramezani: 22 anni.

57) Sohrab A'rabi: 19 anni ucciso sotto tortura nel carcere di Evin. Arrestato il 20 giugno. Dopo diverse settimane di ricerca, la madre scopre che si trova nel carcere di Evin. Si presenta con una foto del figlio e sta lì davanti per ore tutti i giorni, come un animale che ha perso i cuccioli e continua ad andare avanti e indietro inutilmente nel posto in cui li ha visti l'ultima volta. Dal carcere continuano a dirle di aspettare, che sarà liberato. Alla fine il procuratore di Teheran, Mortazavi, gran figlio di puttana e torturatore, dichiara la morte del ragazzo e la famiglia viene chiamata per ritirare il corpo. La madre è stata recentemente visitata sia da Karobi, sia da Mousavi, ed è stata sentita anche in consiglio comunale a Teheran.

58) Davud Sadri: 24 anni, ucciso il 15 giugno.

59) Arman Estakhri Pour: ucciso a Shiraz da una manganellata che gli provoca un trauma cranico.

60) Said Esmaili: 23 anni, trauma cranico da manganellata, sepolto nel paese natio nel Turkmenistan iraniano.

61) Mehrdad Heydari: giornalista assassinato a Mashhad dopo un suo articolo estremamente critico contro la pratica delle confessioni sotto tortura.

62) Ali Fathalian: un altro ucciso dai cecchini bassij appostati sul tetto della moschea Loulagar il 25 giugno.

63) Taraneh Mousavi: prelevata da una squadra bassij di fronte alla moschea Qoba durante la manifestazione del 28 giugno. Durante l'arresto viene ripetutamente stuprata, uccisa, e il corpo dato alle fiamme.

64) Hossein Kazemini: 19 anni.

65) Moqazzez (nome ignoto): 27 anni, colpito nell'occhio da un proiettile il giorno 20 giugno.

66) Mohammad Kamrani: tratto in arresto durante una manifestazione, la famiglia lo trova legato al letto di un ospedale, in fin di vita, febbre alta e col corpo pieno di escoriazioni e lividi da bastonata. Riescono a spostarlo in un altro ospedale ma la setticemia lo stronca.

Vi saluto. Ho bisogno di vedere un paio di film comici di fila.

Quaranta

Domani cade il quarantesimo dei martiri del venti giugno. Sono previste manifestazioni di commemorazione un po' in tutto il paese. Negli ultimi giorni si sta scoprendo la reale entità del numero dei morti, purtroppo molto alto. Si scoprono anche dei dettagli delle condizioni disumane di detenzione presso alcuni carceri (tra i quali quello di Kahrizak di cui dirò domani).

Tenuto conto di questo il movimento sta cercando di far sentire la sua presenza vicino ai famigliari dei caduti, i quali hanno dovuto firmare dichiarazioni di accusa a Mousavi e di 'manleva' verso il regime persino per avere indietro il corpo del proprio caro. In Iran ormai si tengono in ostaggio anche i cadaveri.

Traduco questo 'fondo' da Peiknet.

***

Domani si terrà la commemorazione dei primi caduti per mano del golpe. Mousavi e Karoubi hanno informato il ministero degli interni in una dichiarazione congiunta. Anche se uno dei sottosegretari del ministero ha dichiarato che non è stata rilasciata alcuna autorizzazione per questa manifestazione, ormai nessuno ci fa più caso.

Mousavi e Karoubi sapevano già che il governo non sarebbe stato d'accordo. Un governo che teme l'aumento del numero dei passanti sui marciapiedi del centro, un governo che sospetta che chiunque possa da un momento all'altro trasformarsi in un manifestante e dare slogan, come potrebbe essere d'accordo con questa commemorazione?

Perciò entrambi gli schieramenti faranno ciò che devono fare. Tant'è che anche senza la chiamata ufficiale di Mousavi e Karoubi il movimento sarebbe comunque sceso per le strade a commemorare i suoi caduti. L'atteggiamento più intelligente da parte del governo sarebbe quello di consentire la manifestazione tanto più che sarà guidata dalla moderazione di personaggi come Karoubi, Mousavi o Khatami. Ma quale governo goplpista della storia si è mai distinto per la sua saggezza?

E così ancora una volta il popolo e le forze della repressione si troveranno uno di fronte all'altro. La verità è che la gente non ha più paura perché è conscia del fatto che il governo ha già fatto tutto ciò che poteva in questi 50 giorni. Tutti sanno ormai cosa succede nelle celle di isolamento di Kahrizak. Non può accadere nulla di peggio.

Un colpo di stato che non riesca a restare stabilmente al potere nelle prime 48 ore in genere è destinato al fallimento, e qui sono già passati 50 giorni. In questo periodo, incidente dopo incidente, le forze golpiste si sono assottigliate. E sebbene le defezioni non si siano unite al movimento, comunque si sono fatte da parte. In particolare si è formato un largo schieramento composto dai religiosi e ayatollah che fronteggiano la Guida e la presidenza, e ne minano la legittimazione islamica.

Forse questa spaccatura nella destra del regime diminuirà il rischio di repressione, nella giornata di domani. Forse la presenza di Mousavi, Karoubi, ed altri personaggi che hanno dichiarato la loro presenza, tra cui l'ayatollah Sanei, diminuiranno il costo della manifestazione in termini di ferimenti, arresto o uccisioni.

Moderazione e violenza si confronteranno ancora una volta. Tutte le nostre fonti confermano una vasta mobilitazione del movimento per la cerimonia di domani, che sia autorizzata o no. Che partecipi Mousavi o che ne venga impedita la partecipazione. Gli "allahu Akbar" di stanotte erano già un'avvisaglia del numero e dell'autonomia del movimento: nessuno è in attesa di un condottiero, di un capo.

Questo punto fondamentale è stato più volte sottolineato dallo stesso Mousavi: non siamo in presenza di un movimento gerarchico. Il movimento non è una piramide, ed l'arresto di un certo numero di personaggi in vista non ne causerà la dispersione. E' una rete. Una rete che avvolge tutto il paese.

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giovedì 23 luglio 2009

Breve storia della melanzana...

...ovvero alcune parole sull'uso del "chador", il velo islamico persiano.

Come ho detto su Don Chisciotte in risposta a qualcuno, usando un elegante francesismo, il velo islamico non è una moda né una simpatica tradizione esotica del cazzo. E' un fatto ideologico, cioè politico, ed ha una funzione che - pur essendo banale - proveremo ad analizzare.

Ma, per farlo, dobbiamo prima raccogliere alcuni elementi storici e teologici, senza la pretesa di essere esaurienti e premettendo che parleremo solo della realtà iraniana per evitare di parlare di cose che non conosco così bene.

Forse il periodo peggiore è stato quello della dinastia Qajar (al quale l'immagine in alto a sinistra si riferisce). Perché corrisponde all'inizio della graduale urbanizzazione del paese e, contrariamente a quel che si può credere, nelle città le donne si vestivano in modo meno libero che nei villaggi. Confrontate la foto di sopra con le due qui sotto:


La foto a destra è contemporanea a alla prima immagine in alto a sinistra, e ritrae un gruppo di donne kurde. Quella a sinistra è di oggi e ritrae alcune donne vestite in abiti tradizionali del Gilan, il paradiso nel quale ho passato la mia infanzia. In entrambi i casi noterete che l'abbigliamento ha rispetto per la bellezza femminile pur essendo modesto, mentre nella prima immagine vedete solo delle melanzane. Qual è la ragione di questa differenza nello stesso contesto nazionale? Perché il vestito tradizionale nei villaggi non estirpava la bellezza femminile, mentre quello delle città le rendeva ombre, fantasmi neri?

La ragione - una delle ragioni - è che le contadine lavoravano nei campi, collaboravano cioè al reddito famigliare. Nel Gilan si incontrano spesso delle contadine nella risaia, con la gonna tirata su come Silvana Mangano in "Riso Amaro". E nessuno dice nulla, è del tutto normale.

L'obbligo giuridico dell'abbigliamento femminile islamico, in Iran, apparve con la Rivoluzione del 1979 ed è una cosa che si deve direttamente a Khomeini. L'ayatollah Taleghani, che ai tempi aveva forse anche più seguito di Khomeini, lo considerava opzionale. Poi Taleghani morì molto presto, così passò la linea di Khomeini. No, decisamente non è una tradizione millenaria, né una moda. E' un fatto politico.

L'origine:

Andiamo all'origine del problema: Corano, Sura della Luce, versetto 31:

و قل للمؤمنات یغضضن من ابصارهن و یحفظن فروجهن و لایبدین زینتهن الا ما ظهر منها و لیضربن بخمرهن علی جیوبهن

La cui traduzione letterale è: "e dì alle credenti di abbassare i loro sguardi e di custodire le loro vergogne e che non mostrino le loro bellezze tranne quelle palesi, e di coprire col velo i loro seni". Ora non so voi, ma a me pare che tra questo e la trasformazione della donna in una melanzana sia intervenuta una certa eterogenesi dei fini...

Il buon senso e la moderazione direbbero che con "abbassare lo sguardo" si intenda semplicemente "non civettare". Eppure ancora di recente c'è stata una fatwa in Arabia Saudita che ritiene superfluo che le donne guardino fuori dal velo con due occhi, uno basta e avanza. Anche in altre parti del mondo - lungo la storia dell'Islam - nell'interpretare quel "abbassare lo sguardo", il sostantivo غض è stato interpretato nel significato letterale di "cecità". Ma bontà loro non hanno cavato gli occhi alle donne, le hanno solo coperto completamente il volto.

Anche sul concetto delle grazie da coprire dagli sguardi si potrebbe discutere a lungo, visto che il Corano ordina "tranne quelle palesi". Mani, ma fino a dove? Piedi, fino a dove? Il volto. Compreso il collo? Che bisogna coprire le tette è abbastanza chiaro, ma i capelli? Vedete, io sono convinto che Dio abbia avuto fiducia nel buon senso degli uomini e nella loro capacità di capire lo spirito di quel versetto. Il problema è che Dio è eccessivamente ottimista.

Non sarebbe importante quali sono le bellezze palesi: esse possono cambiare con l'evolversi del gusto, dei costumi, della morale. Il punto è che non bisogna guardare a ciò che è palese sbavando, perché uno che sbava fa un po' schifo a tutti. Come non bisogna esagerare a palesare. Il resto è buon senso.

Ma i musulmani per generazioni hanno insistito: quanti centimetri di mano si possono far vedere? il gomito? non vi pare estremamente sexy il gomito? Insistevano. Con l'insistenza tipica di chi ha capito benissimo lo spirito della legge, ma continua a cercare cavilli per violarla. E così gli imam, che conoscevano la loro gente, per ogni norma hanno sempre fornito l'interpretazione più restrittiva, più letterale: è consentito al marito di segregare in casa una moglie infedele? Allora vuol dire che la si può anche murare viva... C'è del diabolico in questa tendenza a violare la legge applicandola alla lettera.

La funzione:

Dato che le donne non nascono melanzane, e dato che certo il chador non serve a coprirsi dal freddo, è ovvio che nel velo c'è un significato che trascende la semplice funzione di vestiario. La risposta di un difensore del velo è che si vorrebbe salvaguardare l'integrità morale degli uomini: essi finirebbero per essere provocati dalla bellezza femminile e dunque sarebbe giusto che tale bellezza sia celata.

Il ragionamento è stupido e disonesto. Se in Arabia Saudita c'è una fatwa che vorrebbe coprire anche uno dei due occhi che sbucano dal sacco, significa che qualcuno si sente provocato persino dalla vista dei soli occhi! Persino in assenza delle donne, molti uomini si sentono provocati dai ragazzini, come succede in ogni caserma, in ogni carcere, in ogni convento del mondo.

Qualcosa provocherà sempre l'appetito maschile: è il maschio che dovrebbe resistere. Questa è la prova di fronte alla quale lo ha posto quel Dio in cui dice di credere, e non è opprimendo e soffocando la normale vita di un altro essere umano che supererà la sua dannatissima prova.

Ma andiamo più a fondo della questione.

Da una parte del mondo abbiamo uomini che non amano essere provocati sessualmente e perciò trasformano le donne in melanzane. Da un'altra parte del mondo abbiamo uomini che desiderano essere provocati. In questa parte del mondo, la società impone un modello di bellezza femminile che può rendere la vita un inferno a moltissime e, pur senza una legge specifica, l'imposizione viene rispettata grazie al conformismo.

In entrambi i casi c'è un fatto imprescindibile: è l'uomo che impone il suo desiderio alla donna, anche se con mezzi opposti. Ed è qui che, in entrambi i casi, si può parlare di sfruttamento, diseguaglianza, discriminazione. La differenza è che la donna iraniana ha la speranza di liberarsi da una condizione imposta ex-lege. La donna occidentale è teoricamente libera, ma nella pratica la sua libertà è soffocata dal conformismo di massa alla quale lei stessa collabora.

Riassumendo: la funzione di una "uniforme femminile", sia essa il chador o quindici cemtimetri di tacco, è quella di ricordare alla donna che è una donna: ricordarle che come tale il suo fisico esiste in funzione dei desideri e delle priorità dell'uomo. Laddove l'uomo non vuole essere provocato per paura di Dio, essa entra in un sacco. Dove l'uomo desidera essere provocato, fa vedere quel che deve far vedere, e nel modo in cui lo desidera l'uomo. Senza fiatare, anzi, spesso asserendo che tutto questo è normale, che è sempre stato così, che le piace. Collaborando. Così come gli schiavi collaboravano coi loro padroni.

lunedì 20 luglio 2009

Esistono gli ufi? E se esistono, hanno il raggio della morte?

Gli imbecilli possono avere una loro utilità. Possono far sì che metti in dubbio un determinato atteggiamento mentale che a volte è stato anche il tuo. Così rinvigoriscono un sano scetticismo che forse avevi perso. Almeno questo è l'effetto di un certo tipo di commenti sulla crisi iraniana che ho avuto modo di conoscere recentemente.

Prendiamo ad esempio un tale che fa una simile equazione: Ahmadinejad ha aumentato le pensioni e perciò sicuramente ha avuto un consenso elettorale che giustificherebbe i 24 milioni di voti che si è affibbiato. Il ragionamento è idiota sotto diversi punti di vista.

Anzitutto c'è un "non sequitur" implicito nel ritenere automaticamente fruttifero di consenso elettorale una politica che si crede popolare. Esempio: l'abolizione del ticket sui medicinali nel 2006 da parte di Prodi non ha pagato in termini elettorali, al più è stato neutro.

Cosa sa o crede di sapere questo tale sulla composizione demografica iraniana? A prescindere da ciò che costui crede di sapere, quanti sono i pensionati in Iran? Il punto è importante, dato che la tesi è che Ahmadinejad ha preso sicuramente quei voti perché ha aumentato le pensioni. Sapendo che in Iran si va in pensione a 65 anni, e che solo il 5% del paese ha più di 65 anni, l'importanza di un simile provvedimento è alta o bassa nella realtà locale? Costui si è mai posto il problema?

Prendiamo la questione del complotto CIA che avrebbe - udite udite - corrotto milioni di persone e le avrebbe spinte in piazza. Dico, questa gente ha il coraggio di definirsi marxista-leninista, poi scarica le ragioni di un conflitto sociale di enormi dimensioni non sulla dialettica sociale e le sue ragioni, ma sul complotto mediatico. Oltretutto la cosa più de-responsabilizzante che esista al mondo!

E' proprio l'approccio mentale che è errato. C'è un filmato interessante di Ahmadinejad che visita un paesino povero durante la campagna elettorale (il filmato è della TV di stato). Dopo che il presidente illustra la necessità di dotarsi di energia nucleare, si alza un vecchietto che si presenta come padre di due caduti in guerra, e si lamenta che il villaggio non ha acqua potabile. Il presidente gli spiega che negli USA ci sono 40 milioni di senzatetto. Giuro.

Ripeto: è proprio l'approccio mentale che è errato. Questa gente è convinta che al vecchietto che chiede acqua interessi il fatto che in america ci sono milioni di senzatetto. Questa gente è convinta che alla diciottenne alla quale è impedito di innamorarsi, di "allontanare gli intrusi dalle proprie emozioni", interessi il fatto che a Gaza gli israeliani si comportano da criminali. Questa gente è convinta che un onesto musulmano tradizionalista e religioso debba incazzarsi se ad ammazzare i musulmani sono gli ebrei, e non battere ciglio se sono gli atei cinesi o i russi ortodossi.

In una parola, questa gente è convinta che in tutto il mondo i temi del confronto politico e sociale siano gli stessi dell'isola felice in cui vive. Credono che tutto il mondo abbia tempo di occuparsi delle stronzate di cui si parla passeggiando sulla Rive Gauche, con un baschetto infilato sulla zucca e leccando un cono gelato. Illustrano i pericoli del consumismo a chi non consuma. Un po' come un profeta cretino che apparisse tra gli eschimesi e dicesse che i peccatori nell'aldilà saranno torturati col caldo!

Troppo pasciuti per immaginare che qualcuno possa essere disposto a farsi ammazzare per le proprie idee, ecco che qualunque movimento diventa un "complotto eterodiretto".

Noto questa tremenda concentrazione di imbecilli solo perché conosco a fondo la realtà iraniana, ed ecco che mi assale un tremedo, orribile dubbio. Se ho mai avuto un atteggiamento del genere verso situazioni che non conoscevo quanto quella iraniana, chiedo perdono a me stesso e a chiunque possa essersi sentito nauseato da me. E Dio sa se cercherò di evitarlo in futuro.

domenica 19 luglio 2009

Analisi politica del sermone di Rafsanjani

Non amo i mullah. Non amo nemmeno i miliardari, e Rafsanjani è entrambe le cose. Riesco però a riconoscere l'intelligenza e la capacità politica quando le vedo, e ancora una volta Rafsanjani le possiede entrambe.

La sua capacità di attraversare indenne tre decenni post rivoluzionari, diventando pilastro di una repubblica islamica che ha molto presto cominciato a divorare i propri figli, ricorda un altro ricco prete vissuto ai tempi di un'altra rivoluzione: Talleyrand.

Il discorso di ieri è stato un capolavoro di retorica e di fermezza. Senza mai nominare il governo in carica - quasi non ve ne fosse uno - Rafsanjani offre la sua ricetta per uscire dalla crisi: ritornare tutti alla legge repubblicana, liberare i prigionieri, ripagare i parenti delle vittime della repressione, smettere di occupare la televisione e la stampa.

Ha chiaramente criticato il Consiglio dei Guardiani ("non ha fatto un buon uso dei cinque giorni in più concessoi dalla Guida"), e ha persino criticato lo stesso Khamenei con una parabola: Alì stesso non si è imposto ad un popolo che non lo voleva, pur sapendo di essere stato scelto da Maometto. Ha aspettato 19 anni prima di diventare califfo, finché il popolo lo ha accettato. Chi ha orecchie intenda.

Infine, non è mai entrato nel merito della questione-brogli e si è guardato bene dal consigliare a Moussavi di accettare il risultato elettorale per il bene della patria. Insomma non ha affatto dato un colpo al cerchio e uno alla botte: i colpi li ha dati solo alla botte.

La TV iraniana ha cercato di dare uno "spin" moderato a questo discorso, sottolineandone solo l'auspicio di unità nazionale. Ma anche quando Rafsanjani ha parlato di un rientro nella legalità, non ha mancato di sottolineare: "tutti devono farlo, chi contesta, il governo, il parlamento, le forze dell'ordine, le istituzioni... tutti".

Il movimento era sulle spine. Molti non volevano partecipare. Si temeva che col suo discorso Rafsanjani avrebbe costretto Moussavi ad accettare il risultato elettorale, e che il movimento ne sarebbe uscito castrato. Ma i timori si sono rivelati infondati. Rafsanjani è un animale politico, fiuta la gente, e soprattutto fiuta il vento politico. Era la sua ultima occasione (fuori, prima del sermone, cantavano "Hashemi, se taci sei un traditore"), l'ha afferrata e il movimento lo ha magnanimamente accolto tra le sue braccia.

La partecipazione popolare è stata davvero incredibile, mai vista per una preghiera collettiva nemmeno ai tempi di Khomeini. Siamo agli stessi livelli delle manifestazioni massicce di giugno, quindi tra il milione e mezzo e i due milioni e mezzo di persone.

Si è cercato di evitare slogan direttti contro Khamenei. Ma spesso, molto spesso, si è cantato "morte alla Russia" (e un po' meno spesso "morte alla Cina"). E' un fatto politico notevole perché, che sia vero o no, la gente vede dietro al golpe la mano della Russia. Questo potrebbe avere effetti non da poco nello scacchiere centro asiatico, da qui a cinque anni.

Anche su questa questione viene fuori il grande vantaggio politico del movimento: sia la Russia che la Cina ci hanno dato dentro molto ferocemente contro i musulmani in Sinkiang-Uigur e nel Caucaso. Il fatto che nella Repubblica Islamica non si senta mai cantare "morte a..." verso questi due paesi, è un problema di incoerenza per un regime che fa affari con loro.

Il movimento, con un'intellienza politica che non ci si aspetterebbe dalle masse ma che esse hanno, allarga questa contraddizione e la sbatte in faccia al regime. Un regime che fa affari con nazioni che massacrano musulmani, un regime che arresta, carica, bersaglia di lacrimogeni una folla di fedeli che va alla preghiera del venerdì, prima ancora di aver perso la legittimità interna ha perso qualunque legittimità nei confronti della "umma" islamica.

Riassumendo: la preghiera collettiva dell'altro ieri, i temi che sono emersi, il modo in cui sono emersi, e l'attacco dell'antisommossa contro i fedeli in preghiera, ha rafforzato ulteriormente il movimento sotto tre aspetti.

Il primo è l'uscita allo scoperto di una "sponda politica" del movimento presente nelle istituzioni repubblicane: Rafsanjani ha parlato come uomo delle istituzioni, cioè in pratica nel ruolo di colui che sceglierà il prossimo Leader, e che può mettere sotto questione l'operato di quello in carica.

Il secondo aspetto è l'ulteriore dimostrazione di forza del movimento: nuovamente a milioni nelle strade. Venerdì per alcune ore si aveva l'impressione che la città fosse controllata dal movimento e non dal regime: cortei davanti al ministero degli interni, la TV nazionale assediata, e resistenza alle cariche della polizia. Inoltre si ha notizia di disordini, anche gravi, a Mashhad (dov'era presente Ahmadinejad), a Shiraz, a Isfahan e a Tabriz.

Il terzo punto, forse il più importante, è la maggiore chiarezza della situazione via via che gli eventi politici si evolvono. E' sempre più chiaro cioè che il regime si sta reggendo sulla sola forza militare e su un appoggio politico del tutto minoritario anche dentro le istituzioni: Hashemi Rafsanjani si porterà dietro una fetta non irrilevante dell'estabilishment.

Infine, sempre a questo riguardo, anche ideologicamente parlando il regime è "solo": qualche giorno fa tradussi una lettera di un "marjà" di Qom a Moussavi, in cui il religioso esprimeva la sua preoccupazione per la trasformazione della Repubblica Islamica in un "regime islamico". Oggi tutto questo ha ormai un altro colore: non siamo nemmeno più di fronte a un regime islamico, ma a un regime e basta.

A fine anni novanta molti religiosi, politici e sociologi, discutevano di un progressivo disinteresse dei giovani per l'Islam e per i valori della rivoluzione, e ne erano preoccupati. Oggi questo processo è giunto al suo culmine, perciò avevano ragione. Ma sbagliavano obiettivo: il processo di de-islamizzazione è in uno stato molto più avanzato tra gli uomini del regime e il suo apparato di repressione militare, che non tra le ragazze senza chador e tra i ragazzi col codino. In fondo questi non hanno mai attaccato o preso a bastonate una folla in preghiera!

venerdì 17 luglio 2009

La Repubblica Islamica ha un nuovo record...

...quello di essere l'unico stato islamico del mondo a manganellare gente che ha appena partecipato ad una preghiera collettiva [1]. Potrei sbagliarmi ma credo non sia capitato nemmeno nell'Algeria militarizzata dopo l'uccisione di Boudiaf. Forse nemmeno nella Turchia ultra-laica di Ataturk.

Traduco un post dal blog Tourjan. Ricordo che Tourjan è il blog di uno studente di teologia di Qom che risponde al nome di Alì Ashraf Fathi. Confesso che mi è molto simpatico, e ritengo che le sue idee e la sua prosa facciano onore (secondo alcuni disonore...) alla sua "hawza".

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Migliaia di perché

Oggi, quando mi sono ritrovato bersaglio delle manganellate dei motociclisti, di lacrimogeni e di irripetibili insulti dei fratelli, per un istante mi è parso di aver partecipato a una preghiera collettiva nella moschea di Al-Aqsà!

Mai avrei potuto immaginare di finire sotto attacco e restare ferito per il fatto di aver partecipato ad una preghiera, il cui imam è anche il presidente dell'Assemblea degli Esperti e del Consiglio per il Discernimento del Bene dello Stato!

Se non era per l'aiuto della gente, quando, fuggendo alle manganellate, sono caduto per terra, sarei rimasto sotto le ruote dei fratelli motociclisti. Uno sconosciuto li ha spinti indietro così ho potuto rialzarmi. Poi bontà loro ci hanno bersagliati di lacrimogeni, così da farmi passare la voglia di andare a pregare!

Io ero presente alla prima preghiera guidata da Rafsanjani dopo la sua sconfitta elettorale 4 anni fa, la gente era così poca che mi ha fatto pena. Ma la partecipazione massiccia di oggi è di per sé un fatto notevole, e non volerlo notare è un errore che si somma a tanti altri errori commesi da lor signori. La prima volta che la gente ha cominciato a cantare slogan, è stato quando l'altoparlante [2] ha chiesto "dite Ya Hussain!" [3], e d'un tratto centinaia di milgiaia di persone hanno gridato all'unisono "Ya Hussain, Mir Hussain" [4]. Hanno proseguito per due ore fino a quando sono iniziati i sermoni.

Io non so cosa sarebbe successo, se non ci fosse stata la dura repressione poliziesca di oggi. Non stava forse tornando a casa, la gente, seguendo il corso di cortei sparsi in alcune zone della città? Valeva la pena di attaccare, per la prima volta nella storia, i devoti del venerdì di preghiera di Teheran, per dei nani come Masha'i, Zarribafan, Bazrpash [5]?

Anche se fanno vedere delle ragazze mal velate che oggi giravano intorno all'università, possono forse negare il fatto che sono proprio loro ad allontanare queste nostre concittadine, sono loro ad averle tolto ogni speranza di frequentare luoghi di preghiera? Perché pensano sempre che tutti devono essere esattamente come loro? Perché pensano sempre ad allontanare, mai ad attirare?

Perché i nostri fratelli sono maestri nel perdere occasioni? Perché non vedono al di là della punta dei loro piedi? Perché devono dare dei manganelli in mano a ragazzini di 16 o 17 anni , piantare il seme dell'odio, della divisione? Perché non sono nemmeno in grado di vedere il loro stesso interesse? E migliaia di altri perché...

[1] Per chi non lo sapesse la vera traduzione di "preghiera del venerdì" è "preghiera collettiva": in arabo "jum'à" (جمعه) - che identifica il venerdì - significa anche "adunanza" o "raccolta".

[2] Quello dell'organizzazione della preghiera - ndt

[3] Invocazione al terzo imam sciita, nipote del Profeta, martire a Kerbala - ndt

[4] Mir Nussain è il nome del candidato Moussavi - ndt

[5] Sottosegretari del governo, a questo punto immagino fossero presenti alla preghiera - ndt

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Domani l'analisi politica. Ciao.