mercoledì 8 luglio 2009

"E' un bel giorno per morire"

"Tu sei l'assassino che versi il mio sangue e stai a guardare
Io il disperato che si mette a danzare alla vista del pugnale"

Il testo che segue è stato postato sul sito "balatarin" 18 giorni fa, la sera prima della manifestazione in cui morirono Neda Agha Soltan e un sacco di altre persone che non sono diventate famose come lei. Il testo porta semplicemente la firma "hanaa". Lo vedo solo oggi e credo meriti di essere tradotto. C'è la traduzione in inglese poco sotto ma voglio che ne rimanga una traccia qui.

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Domani parteciperò alla marcia. Forse diventerà violenta. Forse sarò una delle persone che saranno uccise. Sto riascoltando tutte le canzoni più belle della mia vita. Forse mi metterò a ballare su qualche canzonetta stupida. Ho sempre voluto avere delle sopracciglia sottilissime, sì, probabilmente farò un salto dal parrucchiere prima di andare.

Ci sono delle splendide sequenze del film "Hamoun" che devo assolutamente rivedere. Devo dare un'occhiata alla mia libreria, vale la pena di rileggere le poesie di Forough e di Shamlou. Devo anche mettermi lì e riguardare tutte le foto di famiglia. I miei amici, devo telefonare e salutarli. Tutto ciò che possiedo sono dei libri, devo spiegare ai miei a chi darli.

Mi mancano due esami per finire gli studi, ma al diavolo la laurea. La mia mente è parecchio confusa. Ho scritto queste note sparse per le generazioni future, perché sappiano che non eravamo solo dei lunatici sentimentali. Perché sappiano che abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per migliorare la loro vita. Perché sappiano che, anche se i nostri antenati si sono arresi agli arabi e ai mongoli, non si sono mai arresi alla tirannia.

Queste parole sono un mio dono per i ragazzi di domani.
hanaa
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Situazione sul campo

Ieri sera ore 21:45 locali c'è stato un discorso televisivo di Ahmadinejad i cui contenuti non mi interessano. Ciò che mi interessa di più è la capacità di coordinamento del movimento e la sua rapidità. Come ho già detto, da fan di Marshall McLuhan, la cosa che mi interessa di più è l'interazione tra i nuovi media e il movimento.

Il discorso del presidente è stato reso noto dalla TV di stato intorno alle 20:00 ora locale. Immediatamente il sito FB di Moussavi (che però non è gestito da lui personalmente) ha richiesto ai sostenitori di intonare Allahu Akbar da tetti proprio a quell'ora.

Ma, ancora più interessante, nei commenti in risposta al dispaccio si è subito diffusa l'idea di attaccare tutti insieme a quell'ora elettrodomestici ad alto consumo (ferri da stiro, lavatrici, phon, forni elettrici) per mandare in tilt la rete elettrica di Teheran. Dato il brevissimo tempo a disposizione, se le notizie da twitter non mentono, si è trattato di un successo. Si parla di blackout in diversi quartieri di almeno una ventina tra le città maggiori del paese, oltre a tutta Teheran orientale dove sarebbe venuta a mancare completamente persino l'illuminazione stradale.

Ovviamente questo tipo di notizie va preso con il dovuto scetticismo. Ma se fosse vero sarebbe un tipo di lotta pacifica senza precedenti, nel modo e nel merito.

Il tutto si inserisce in una tre giorni di sciopero convocata dal direttivo del movimento con la scusa della meditazione religiosa, in occasione della nascita di Alì. Qui il governo ha preferito evitare il confronto e cercato di impedire che l'opposizione potesse "contarsi": ha dichiarato tre giorni di festa e la chiusura delle fabbriche e degli uffici pubblici.

Infine, per giovedì 09/07 pari al 18 del mese "Tir" del calendario persiano, sono state convocate manifestazioni in più di 200 città del paese. In caso di riuscita, ciò impedirebbe al governo di richiamare forze dalla provincia per la repressione a Teheran e rappresenterebbe un grosso problema logistico. Concentrazione, percorsi e orari sono presenti su diversi siti internet. Più che un insieme di marce, si tratterebbe di concentrarsi in alcune piazze o comunque presidiare le strade, con l'ordine assoluto di evitare di confrontarsi con le forze dell'ordine.

L'appoggio degli iraniani all'estero sta diventando sempre più concreto e utile a far superare ai residenti l'assedio da parte di un'informazione totalmente appiattita su posizioni governative: le notizie dall'Iran rimbalzano all'estero, e dall'estero tornano nel paese sotto forma di feed rss o di email. Gli email diventano altre email, oppure passano di mano in mano in forma di carta stampata o diventando dei banali volantini o tazebao.

Internet è estremamente lento e filtrato. Diversi gruppi di studenti iraniani all'estero hanno da tempo iniziato a mettere a disposizione i loro server per il tunneling, il che un po' aiuta.

L'SMS è di nuovo spento in tutto il paese: è stato attivo per un paio di giorni ma la telecom iraniana ha dovuto affrontare un boicottaggio assoluto da parte del movimento, anche per il timore che il contenuto dei messaggi venisse monitorato. Probabilmente la rete di telefonia mobile resterà attiva solo parzialmente per tutta la giornata di giovedì, in attesa delle manifestazioni.

Insomma, poche notizie sui media tradizionali, ma la situazione è tutt'altro che sotto controllo.

lunedì 6 luglio 2009

Post ideologico numero 3 - seconda parte

Intanto un saluto al povero Sa'id Hajjarian. La moglie è stata convocata l'altro ieri dal procuratore-macellaio Mortazavi (che qualcuno ricorderà come responsabile della morte di Zahra Kazemi sotto interrogatorio nel 2003). Hajjarian si trova in gravissime condizioni fisiche e potrebbe non farcela. Per evitare che gli muoia in mano, hanno convocato la moglie per contrattare la sua liberazione.

Sa'id Hajjarian, di idee riformiste, è stato consigliere politico di Khatami nel 1997. Nel 1998 subì un attentato collegato ad una catena di omicidi politici: gli spararono in testa, però non morì. Il proiettile venne deviato dalle ossa del cranio e si conficcò nella spina dorsale, paralizzandolo. Fa molta fatica a parlare e si muove sulla sedia a rotelle. Soffre anche di forti dolori che vanno sedati. Il suo aggressore, Sa'id Asgar, reo confesso, è stato condannato a 15 anni, ma non ne fece più di un paio in carcere.

Hajjarian fu uno dei primi arrestati della repressione post-golpe. Insomma facendola breve sono riusciti nell'incredibile impresa di torturare quasi a morte un paraplegico. Parafrasando Tolstoi, le vittime sono sempre diverse, ma gli aguzzini sono tutti maiali alla stessa maniera.

Ma a noi qui interessa il pensiero di Hajjarian:

"Non si riesce a ricorrere contro le false accuse e chi le profferisce presso nessuna sede istituzionale. Non si riesce ad ottenere giustizia. Le massime istituzioni dello Stato considerano i propri avversari politici non come fratelli musulmani con idee diverse, ma come pagani in guerra contro Allah. E così si sentono in diritto di violare le leggi dello stato convinti persino di avere un premio nell'altra vita!"

(...)

"Una società etica si basa su tre pilastri: la reciproca empatia nel popolo nella felicità e nella sofferenza, un alto grado di autocoscienza delle masse, e la fiducia verso lo stato e le sue istituzioni. Tuttavia questa terza condizione è necessaria solo in una situazione in cui si parla di riforme, e non di rivoluzione. In una condizione rivoluzionaria la società etica si appoggia solo sui primi due pilastri"

Vi sono rivoluzioni che hanno come obiettivo la liberazione. Liberazione, ovviamente, non è la libertà, ma piuttosto è il processo rivoluzionario che potrebbe condurre alla libertà. Ma il concetto di libertà andrebbe definito. Lenin diceva che la libertà è "una parola imbrogliona". Quando si parla di libertà va sempre chiarito: libertà per chi? di fare cosa?


Nella misura in cui interessa a noi, che stiamo analizzando il movimento riformista iraniano, la liberazione va nella direzione di aprire spazi politici e sociali prima chiusi. I primi, chiusi dalla prassi politica e dalla struttura di potere. I secondi, chiusi dalla morale collettiva. Cioè il movimento verde si trova in questo momento nella condizione di collegare l'esigenza del quarantenne di vedersi democraticamente rappresentato, l'esigenza di un operaio di poter liberamente lottare per migliorare le sue condizioni contrattuali, e l'esigenza del ventenne di poter prendere un thé con la fidanzata senza che uno sbirro si senta in dovere di mettere becco nei suoi cazzi, e soprattutto senza che la società consideri vergognosa questa frequentazione.

Non sempre l'esigenza di aprire spazi sociali si è alleata con l'esigenza di aprire spazi politici. Ricordo cinque-sei anni fa un giovane blogger iraniano che si lamentava dei suoi zii, tutti impegnati politicamente e tutti rigorosamente democratici e riformisti, che gli dicevano "se tu credi che facciamo una rivoluzione perché tu e la tua ragazza possiate pomiciare per strada, ti sei sbagliato di grosso". Ricorda certi atteggiamenti della sinistra comunista italiana ed europea nei confronti della "rivoluzione dei costumi" nel 1968. I totem del PCI facevano molta fatica ad inquadrare cose come il situazionismo o il Rock.

Oggi in Iran, in questo movimento, sta avvenendo proprio questo: si sta tentando un'alleanza tra l'esigenza di una liberazione dei costumi, e quella di un maggiore spazio politico rappresentativo. I ragazzi di dieci anni fa sono diventati gli zii di oggi, e gli zii di allora, a loro spese, si stanno via via adeguando alla nuova morale.

La difficoltà che c'è a sinistra nel comprendere questo processo discende da una cultura della rivoluzione un po' limitata: la si considera "rivoluzionaria" solo quando essa si pone obiettivi di classe. In una certa ottica ciò è anche vero. Ma per comprendere ciò che sta accadendo in Iran è molto più proficuo studiare il maggio francese o la marce per i diritti civili negli USA, piuttosto che le rivoluzioni e le guerriglie del terzo mondo.

A dopo.

PS: un grazie agli U2 per avermi reso ancora più cara una delle mie canzoni preferite. A Teheran, come nel Bogside, gli aguzzini sono sempre maiali allo stesso modo.

domenica 5 luglio 2009

Post ideologico numero 3

Vi sono due condizioni necessarie affinché vi sia una rivoluzione. La prima è che il popolo sia sufficientemente insoddisfatto della propria condizione. La seconda è che l'insoddisfazione non venga percepita come condizione naturale ed ineluttabile dell'umano esistere. Potremmo dire che questa seconda condizione è un desiderio: il desiderio di un mondo diverso in cui i tuoi discendenti possano essere più felici di te.

La mancanza del desiderio è la ragione per cui molti popoli estremamente oppressi ed insoddisfatti - invero la maggioranza - non si ribellano alla loro condizione: "è sempre stato così, non ci si può fare niente".

Non sono frequenti popoli realmente pervasi da quel "desiderio". L'uomo oppresso tende a giustificare razionalmente la propria miseria. Persino lo schiavo trova delle giustificazioni nella schiavitù, perché altrimenti la sua vita gli sarebbe intollerabile. Io, ora, sto parlando da dentro una nazione che tollera cose che altri popoli ritengono intollerabili.

E' necessario che in seno a quel determinato popolo sia apparsa un'ideologia in contrasto con la condizione comune. Non è nemmeno necessario che una tale ideologia si sia diffusa in maniera cosciente: potrebbe anche essere rimasta sempre minoritaria ma aver influenzato la società - la sua percezione di "naturale" e "non naturale" e i suoi desideri - in modo irreversibile.

Gli storici persiani fanno risalire il "risveglio nazionale" iraniano al boicottaggio del tabacco, nel 1890. Ma non ne spiegano le ragioni. Com'è stato possibile che un clero totalmente remissivo nei confronti del potere monarchico, di colpo sia diventato portavoce di una borghesia autocosciente ed emancipata? Com'è possibile che ciò sia successo in Iran e non in India o in Egitto che per certi versi erano più progrediti?

E' che questi studiosi vorrebbero spiegare il fenomeno senza spiegarne la ragione, perché gli pesa, e la ragione si chiama "babismo". Anche se il babismo è rimasto minoritario, ha per sempre cambiato il volto del paese. Il babismo, cioè, è stato a mio parere quell'elemento ideologico senza il quale anche gli iraniani, oggi, starebbero lì a pensare che l'oppressione e la miseria siano fatti naturali ed ineluttabili.

Il babismo e il successivo bahaismo sono certamente eventi del tutto minoritari nel paese. Sul piano storico si tratta di un mero episodio. Ma, nonostante la feroce persecuzione che subì, è grazie ad esso che si diffuse quel "desiderio di utopia" senza il quale l'Iran non avrebbe mai avuto tre rivoluzioni in meno di un secolo. Ma non voglio mettere troppa carne a fuoco, torniamo a noi.

Posto che ad un certo punto il popolo è talmente insoddisfatto, e desidera talmente tanto un futuro diverso, da far scoppiare una rivoluzione, resta da definire che natura abbia quel "futuro" utopico desiderato. Le rivoluzioni sotto questo aspetto possono essere di due specie. Ma di questo parlerò domani.

sabato 4 luglio 2009

Qom 1

Riporto il comunicato numero 4 dell'Unione dei Docenti e Studenti del Seminario di Teologia (مجمع محققین و مدرسین حوزه علمیه قم). L'Unione è uno degli organismi rappresentativi delle scuole di teologia sciita di Qom.

Nel comunicato, dopo aver elencato le irregolarità del voto presidenziale, procede come segue:

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Con tutti questi problemi e irregolarità, si può forse accettare l'approvazione del risultato delle elezioni da parte del Consiglio dei Guardiani? Si può forse considerare legittimo un governo nato da tutte queste irregolarità? Può un simile governo occuparsi degli affari dei cittadini come fosse eletto dal popolo?

[...]

La nostra sommessa richiesta è che [...] le istituzioni prendano al più presto i necessari provvedimenti. Poiché il destino della repubblica islamica e quello delle scuole di teologia è intimamente intrecciato. Se il popolo entrerà in conflitto col sistema islamico, entrerà in conflitto certamente anche con il clero e con i seminari, per quanto la storia possa testimoniare che essi sono sempre stati nemici del tiranno ed amici del sofferente.

Chiediamo anche, al potere giudiziario, di procedere rapidamente alla liberazione dei cittadini arrestati durante manifestazioni pacifiche, e di identificare e mettere sotto accusa i mandanti e gli esecutori delle aggressioni, degli omicidi, della devastazione della Casa dello Studente e di altri luoghi.

giovedì 2 luglio 2009

"Tutti gli orrori..."

"...come menzogna, tradimento, furto, delazione, si possono invariabilmente raggruppare sotto un unico denominatore: cose del genere le fa chi manca di gusto!" E' convinto che il paese ce la farà a sopravvivere, e che la bellezza sia indistruttibile.

"Si ricordi" - mi dice srotolando l'ennesimo tappeto [...] - "che quel che ha permesso ai persiani di restare persiani per 2500 anni, quello che ci ha permesso di restare noi stessi malgrado tante guerre, invasioni e occupazioni, è stata la nostra forza spirituale, non quella materiale; la nostra poesia, non la tecnica; la nostra religione, non le fabbriche. Che cosa abbiamo dato al mondo? La poesia, la miniatura e il tappeto. Come vede, tutte cose inutili dal punto di vista produttivo. Ma attraverso di esse ci siamo espressi. Abbiamo dato al mondo questa meravigliosa e irripetibile inutilità. Abbiamo dato al mondo qualcosa che non ha reso la vita più facile, però l'ha abbellita, sempre che questa distinzione abbia un senso". (Shah-in-Shah, R. Kapuscinski)

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Il libro di Kapuscinski è stata la mia (ri)lettura preferita in questi giorni. Insieme all' I-Ching, ma quest'ultimo è un manuale tecnico...

Kapuscinski invece è interessante perché sembra riuscire a trovare un collegamento tra le cause storiche di una rivoluzione e quelle dinamiche psicologiche, individuali o di massa, che la fanno scoppiare proprio in quel momento. Perché se è vero che le cause storiche sono il "carburante" dell'incendio, è anche vero che il carburante senza una scintilla rimane inerte. Dunque la scintilla ha un'importantanza fondamentale.

Questo collegamento tra storia e individui è uno dei punti deboli di molta analisi storica. K. lo coglie e bisogna dirgli bravo. Sarà perché ne vide ben 26 prima di andare in Iran ed assistere a quella islamica.

Kapuscinski poi distingue tra due tipi di rivoluzione. Ci sono rivoluzioni rapide, che in pochissimo tempo cercano di occupare più territorio possibile, assestarsi e attendere l'urto della controirivoluzione. Esistono rivoluzioni lente, che consistono in una gara di resistenza con il potere, nel tentativo disilluderesi reciprocamente: "dai, ancora un piccolo sforzo".

La stessa rivoluzione del 1978-79 fu del secondo tipo: iniziò per una protesta popolare contro un articolo di fondo apparso sul giornale Ettelaat, e tredici mesi dopo finì con la caduta di una monarchia che durava da tre millenni. Per tutti i tredici mesi si perseguì un unico obiettivo: convincere il Re che se ne sarebbe andato.

Le rivoluzioni lente hanno lo stesso schema operativo di una colonia di tarli: indebolire la struttura dall'interno con un'opera metodica, ostinata e costante. Da vent'anni a questa parte, ogni millimetro di capelli mostrati in più dalle ragazze iraniane ha rappresentato un piccolo passo rivoluzionario: il morso di un tarlo. La crisi politica attuale sarebbe incomprensibile senza tener conto di tutti quei piccoli morsi.

PS: avrei dovuto tradurre il lungo comunicato numero 9 di M.H. Moussavi, ma non l'ho fatto. "'Cos I'm a lazy bastard" come disse John 'Rotten' Lydon alla fine del suo ultimo concerto, prima di fare l'unico bis della serata con "No Fun".

Probailmente lo farò domani. Intanto buona notte.

mercoledì 1 luglio 2009

Meditaziopero!

Ovvero meditazione con sciopero.

Leggo sulla pagina FB di Moussavi la convocazione di un'iniziativa nazionale per settimana prossima.

Il 6 luglio secondo il calendario islamico lunare è l'anniversario di morte dell'imam Alì, quarto califfo successore di Maometto e primo dei dodici imam sciiti. Si tratterebbe di una festa nazionale. Normalmente un musulmano sciita particolarmente religioso dedica i due giorni successivi ad un'intensa attività di meditazione e preghiera, talvolta di digiuno, che implicano assenza dal lavoro.

I giorni del 7 e dell'8 luglio non sono giorni di festa. Pertanto uno che desidera seguire la tradizione dovrebbe prendere ferie, che però ottiene senza grosse difficoltà. L'idea che mi sono fatto è che non sia una usanza molto diffusa. Soprattutto visto il progressivo allontanamento dell'iraniano medio dagli usi dell'Islam.

Il "direttivo" (usiamo questo termine chiarirò poi perché) ha perciò deciso di convocare la nazione a questa specie di sciopero-meditazione, che rappresenterebbe l'esplosione di uno spettacolare bisogno mistico assolutamente inusitato e chiaramente motivato da ragioni politiche. La mia impressione è che siamo di fronte alle prove generali dello sciopero generale, scusate la cacofonia. Si tratta di vedere quanto di tutto questo si riuscirà a far arrivare alla "base", e quanto la base stessa deciderà di aderire.

Va detto che questa convocazione non è di Moussavi. Moussavi si trova pesantemente sotto pressione, e riesce a comunicare con i sostenitori solo attraverso comunicati scritti. Dal punto di vista strettamente operativo, è come se fosse agli arresti domiciliari. Appena decidesse di invitare personalmente i sostenitori ad una qualche iniziativa verrebbe con ogni probabilità arrestato per eversione. Come è già successo a tutto il suo staff. La sua pagina FB comunque continua ad essere un luogo in cui si confrontano idee e si comunicano iniziative, con tutti i rischi del caso.

Il comunicato del "direttivo" si conclude suggerendo anche altre forme di lotta permanente: il grido Allahu Akbar di notte sui tetti, scrivere Allahu Akbar oppure "Ya Hossain Mir Hossain" su tutte le banconote, prelievo della somma più alta possibile dai conti correnti bancari accesi presso le banche statali, e boicottaggio di qualunque marca faccia pubblicità sulla TV iraniana.

Mi pare di capire che esista ormai un quartier generale del movimento con sede all'estero, un po' come accadde nel 1978. Per questo parlo di "direttivo". Mi sembra anche che ne faccia parte Mohsen Sazegara che in questo video invita il movimento a partecipare all'iniziativa. Sazegara è un vecchio riformista del primo mandato Khatami, arrestato nel 2003, detenuto per circa sei mesi e poi emigrato in Gran Bretagna per ragioni mediche, dopo la liberazione. Non so come mai, ma gli ex detenuti politici delle prigioni iraniane tendono ad evere sempre un gran bisogno di cure mediche una volta liberati...

Saluti a tutti.

PS: ringrazio tutti per i commenti, appena ho due minuti rispondo pure!